Cesarò (ME) – La Dia assesta un altro duro colpo alla mafia dei Nebrodi.

Direttore della Dia
Direttore della Dia

Un altro duro colpo è stato inferto alla mafia dei Nebrodi: il protocollo firmato dal presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci e la prefettura di Messina, sta dando risultati prima inimmaginabili. La mafia dei pascoli non sta vivendo momenti buoni, bisogna ammetterlo. Le nostre Forze dell’ordine, la magistarura e soggetti coraggiosi come Antoci, sono una garanzia, un baluardo contro la criminalità organizzata!.

Sequestro di beni al capo clan di Cesarò, Giuseppe Pruiti, in carcere con la pena dell’ergastolo, vicino alla famiglia mafiosa catanese Santapaola – Ercolano. Pruiti era nell’elenco del noto protocollo Antoci, i suoi familiari erano cioè nell’elenco della prefettura di Messina tra gli interdetti ad ottenere terreni agricoli e quindi a ricevere fondi europei. Il capo clan di Cesarò era impegnato nella ristorazione, nel settore agricolo e proprietario di titoli ordinari Agea, l’agenzia di coordinamento per l’erogazione dei fondi europei destinati ai produttori agricoli.

Dalle prime ore di oggi gli agenti della Direzione investigativa antimafia di Catania, in collaborazione con la Sezione operativa di Messina, stanno eseguendo il decreto di sequestro beni emesso dal Tribunale di Messina – Sezione Misure di Prevenzione, su proposta del direttore della Dia e della Dda peloritana.

Un duro colpo al patrimonio del presunto boss nebroideo, dopo le serrate indagini seguite all’attentato al presidente del parco dei Nebrodi lo scorso 18 maggio, quando tre colpi di pistola bucarono la portiera della macchina blindata sulla quale viaggiava Giuseppe Antoci, il presidente del Parco che bloccò l’erogazione dei fondi chiedendo, assieme al sindaco di Troina, Fabio Venezia, le verifiche antimafia alla prefettura di Messina sui titolari dei terreni.

Ma già la prefettura di Messina aveva indicato come interdetti i parenti di Giuseppe Pruiti. Secondo i controlli della prefettura, infatti, i titolari delle ditte richiedenti l’affitto dei terreni sono legati sia da “uno stretto intreccio parentale che di altra natura” con Giuseppe Pruiti, condannato all’ergastolo per associazione di stampo mafioso e omicidio, considerato il capo del clan di Cesarò. Imprese individuali di sorelle, cognati, figli e fratelli: tutte richiedenti terreni e fondi europei.

Tra i beni sequestrati dalla Dia numerosi terreni agricoli, diversi veicoli, centinaia di titoli Agea, rapporti finanziari ancora da quantificare, fabbricati e imprese di ristorazione. A Cesarò, il fratello di Giuseppe, Giovanni Pruiti, 41 anni, aveva un chiosco in pieno centro dove i paesani si riunivano per ballare. E proprio a Cesarò era avvenuto l’agguato ad Antoci quella notte. L’attentato che diede risalto al grande affare sui monti tra Messina e Catania: affitti dei terreni da 12 a 30 euro l’anno, per un contributo di 500 euro annuo per ettaro. Un affare che fruttava almeno un milione e mezzo di euro l’anno, senza alcuno sforzo e senza rischiare condanne.

Il sequestro, richiesto in sinergia con la Dda di Messina riguarda beni di cui il presunto boss risulta disporre direttamente o indirettamente attraverso prestanomi. Soddisfatto il presidente del parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci: “È questo il nostro obiettivo: togliere a queste persone quello che andava dato a persone oneste. Si tratta di gente che ha ottenuto terreni minacciando agricoltori onesti”. Un colpo al clan di Cesarò, ovvero il paese dove Antoci ha subito l’agguato: “Sì, quella notte i tre colpi di pistola sono stati proprio lì – racconta Antoci – Il gruppo mafioso di Cesarò è storicamente legato ai Santapaola ma anche alla ‘ndrangheta, il tema dei fondi europei per i terreni agricoli non riguarda solo la Sicilia.

Il protocollo ha colpito questo connubio di interessi e per questo hanno risposto. Falcone aveva ragione, quando si segue i soldi, si fa loro male e reagiscono. Il protocollo aveva funzionato e l’ interdittiva della prefettura aveva già fermato questo gruppo, a riprova che anche amministrando non bisogna aspettare la magistratura, bisogna avere il coraggio di assumersi le responsabilità, il sentimento poi di una persona che fa una vita blindata – io e tutta la mia famiglia – di fronte a operazione come queste, in cui lo Stato risponde, ti dice che ne è valsa la pena”.

Soddisfatto anche il sindaco di Cesarò, Turi Calì, che subito dopo l’agguato disse che nel suo paese la mafa non c’era: “Sono stato frainteso. Intendevo soltanto difendere la stragrande maggioranza dei miei cittadini, fatta di grandi e onesti lavoratori. Tutto il paese è grato alla Dia”.

“Sbagliare è umano, perseverare è diabolico”. E a noi pare che il sindaco di Cesarò non sia affatto diabolico.