Ex sindaco Francesco La Rosa

Caltanissetta. Pochi soldi, pochi voti.

Per le Amministrative 2012, in cui viene eletto sindaco Francesco “Ciccio” La Rosa, poi in prima linea contro il Muos. «questa giunta libera, senza padrini, dà fastidio», diceva dopo la raffica di intimidazioni ad alcuni suoi assessori nel 2015. Le persone finite nelle 583 pagine del gip Marcello Testaquatra, che ha disposto la custodia cautelare per La Rosa e per gli altri finiti nell’inchiesta su mafia e voto di scambio, non la pensano così.

«Si iddru votano a Cicciu c’è infiltrazioni di mafia», dice l’imprenditore Vincenzo Amato al suo socio Gianluca Verdura. E poi – dopo aver prefigurato lo scenario in caso di vittoria dello sfidante al secondo turno di cinque anni fa, Giovanni Di Martino, con un «’a mafia finiu» – certifica il pedigree di La Rosa: «Cicciu è mafia».

E Giuseppe Mangione, altro arrestato dalla Squadra mobile nissena, con una metafora da giocatore di briscola: «Si iddru acchiana Ciccio La Rosa avimmu asso… tre e re…». Questo entusiasmo, scrive il giudice, sottintende che «avrebbero potuto sbloccare lavori, in particolare nel settore del fotovoltaico e far lavorare persone a loro “vicine”».

Del resto, il sindaco eletto nel 2012 (sconfitto al ballottaggio di domenica scorsa che gli ha negato il secondo mandato, ma non il posto di neo-consigliere d’opposizione) non fa nulla per smentire questa etichetta. Compreso il presunto “acquisto”, diecimila euro la cifra in ballo, di Anna Maria Ficarra – sorella di Salvatore, ritenuto «sodale del clan» e come tale arrestato – come candidata “forte” in consiglio comunale.

E poi, fra le accuse a La Rosa, i voti comprati in contanti (100 euro l’uno) e con promesse di posti di lavoro. Alcune mantenute, tra le 67 assunzioni a cavallo delle elezioni nella ditta di Giuseppe Attardi, finito ai domiciliari così come il figlio Calogero detto Carlo. Il tariffario del boss Alessandro Barberi, anch’esso in carcere, era molto più pretenzioso: 20mila euro prima del voto e altri 22mila dopo. Tutti in contanti, ovviamente.

Miguel Donegani
Miguel Donegani

Ma nelle carte c’è dell’altro. Il gip lo scrive in modo chiaro: «Dalle indagini emergeva che Attardi Calogero e i suoi fidati si sono impegnati a sostenere, nella competizione elettorale dell’ottobre 2012, di Donegani Miguel, quale candidato al Parlamento siciliano e di Musumeci Nello, quale candidato alla Presidenza della Regione Sicilia».

Attardi non è un affiliato, ma – certificano gli inquirenti – «si incontrava personalmente» con i due «capi mafia» (Giancarlo Giugno e Alessandro Barberi) «al fine di mettere a punto l’accordo elettorale». E in un’intercettazione ambientale – nella sua auto, la mattina del 28 ottobre, a urne delle Regionali aperte – Attardi risponde a Giuseppe Mangione (altro arrestato) che gli chiede: «E chiddru longu è cu niatri?…», riferendosi al capomafia niscemese Giancarlo Giugno. «Mille per mille», è la rassicurazione.

Un capitolo dell’ordinanza è intitolato “Interesse di cosa nostra per le elezioni regionali del 28 ottobre 2012”. In questo contesto, ma non soltanto, il gip approfondisce soprattutto il ruolo di Donegani, gelese, ex deputato poi non rieletto all’Ars. E parla dell’«impegno» di Attardi e di altri due «fidati» (Ficarra e Calogero Mangione) per Donegani. L’ex consigliere arrestato «in maniera chiara e senza possibilità di equivoci», nel corso di «incontri personali col futuro candidato», gli rappresenta «il suo sostegno elettorale per procurare voti a fronte di posti di lavoro».