Ex carcere di Barcellona

Barcellona, ennesimo suicidio in carcere: “Occorre potenziare l’assistenza psichiatrica”.

 

L’ennesimo suicidio nell’ex Opg di Barcellona di un venticinquenne di Sant’Agata di Militello, che ieri pomeriggio ha deciso di porre fine alla sua vita, riaccende i riflettori sulla carenza di personale adeguato all’assistenza psichiatrica nella struttura di via Madia.

Da quando l’istituto penitenziario è stato trasformato in carcere, non si contano più i suicidi di detenuti con patologie psichiatriche. La lista del 2017 è molto lunga, una lista spesso passata sotto un silenzio interrotto da qualche denuncia isolata. Il copione si ripete, anzi si aggrava, in questo inizio del 2018, che solo nel primo mese e mezzo conta già due morti. A soccombere sono sempre i più deboli, quelli che avrebbero bisogno di cure adeguate e che, invece, il più delle volte, sono abbandonati a se stessi da un sistema senz’anima che rivolge sempre più spesso la sua attenzione ai numeri e non alle persone.

“Nella struttura di via Madia – afferma Vincenzo Raffa, ex medico psichiatrica dell’Opg – i detenuti con patologie psichiatriche sono abbandonati al loro destino. Nelle previsioni iniziali dell’Asp di Messina il reparto a loro destinato doveva essere gestito con la presenza di sei psichiatri, venti tecnici della riabilitazione psichiatrica e con l’attivazione di quattro moduli di CTA, uno per ogni venti pazienti. Tuttavia, dopo circa un anno e mezzo, in assenza dell’autorizzazione da parte della Regione per la loro attivazione, non è stato previsto alcun servizio di psichiatria che possa gestire i detenuti con problemi di mente, i quali sono trattati alla stregua di quelli a detenzione ordinaria. La gestione dell’articolazione di salute mentale, quindi, risulta del tutto sovrapponibile all’organizzazione degli altri reparti, con l’aggravante che all’interno di essa sono concentrati circa ottanta soggetti, provenienti da tutto il territorio nazionale, con gravi problemi psichiatrici, in cui si innescano delle dinamiche che spesso li portano a togliersi la vita”.

A. C. è l’ultimo anello debole di questa catena. Era un bel ragazzo di venticinque anni, finito in carcere per stalking, dopo un passato di abuso di sostanze stupefacenti. Purtroppo, nell’ultimo periodo stava male: alternava periodi di apatia a improvvisi scatti d’ira. Per questo necessitava di cure ed attenzioni. Ieri, in una fredda giornata di febbraio, avrà avvertito un vuoto dentro determinato da una solitudine immensa, che gli ha fatto pensare che l’unica soluzione per trovare pace fosse stringere al collo un lenzuolo nella sua cella d’isolamento.