La sagra della corruzione: Riccardo Pellegrino, Ascenzio Maesano, Biagio Susinni


 
Riccardo Pellegrino, 33 anni, ex enfant prodige di Forza Italia. Grande elettore di sindaci, deputati regionali, nazionali ed europei. Dal fortino di San Cristoforo. Coccolato da tutti i big quando i suoi voti non puzzavano; poi marchiato a fuoco con la lettera scarlatta dell’impresentabilità (quando era un cittadino incensurato, ancorché chiacchierato); infine – beffa – indagato e forse inguaiato, proprio quando tutti (tranne Procura e Dia) sembravano essersi scordati di lui che aveva già riempito la città col  suo faccino di mancato sacrestano nei 6×3. Slogan: «Per chi ha Catania nel cuore». 
Ascenzio Maesano, 58 anni, l’imperatore da’ Catina, storico sindaco di Aci Catena, della provincia catanese, (dal 1999 al 2008), poi assessore provinciale  e di nuovo primo cittadino nel 2012, quando per poco meno di un mese fu deputato dell’Ars nell’allora Pdl. Arrestato nel 2016 per tangenti, quando scaldava i motori per entrare a Sala d’Ercole (stavolta dalla porta principale) e infine  di nuovo indagato nell’operazione “Gorgoni” sulle infiltrazioni mafiose nella gestione dei rifiuti nel Catanese. 
Biagio Susinni, anch’egli ex sindaco. Di Mascali, provincia catanese, dove lui, in principio repubblicano di fede gunnelliana, s’è sempre sfidato – fra una campagna elettorale e un soggiorno a Piazza Lanza – con il suo “gemello diverso”, il democristiano Filippo Monforte. Ma Susinni, classe 1948, abiti sartoriali e cravatte sgargianti, all’Ars non è stata una meteora. Entrò nel 1987, dopo le dimissioni di Salvatore Grillo Morassutti (odiato nemico del ministro Aristide Gunnella perché lo batté alle elezioni), Susinni era  in sella già nel 1991, quando passò alla storia come primo arrestato della Tangentopoli che oltrepassava lo Stretto. Eppure fiero –  anche dopo l’altro arresto del 2013 (l’ultimo) per corruzione aggravata dall’aver agevolato il clan Laudani – del vitalizio da ex onorevole.  Difeso a spada tratta. Anche in memorabili ospitate nei trash-show in tv. «Ce l’ho e me lo tengo, fossi scemo». 
La corruzione elettorale è una cosa seria. E anche l’allarme sugli “impresentabili” alle Regionali – giammai un capriccio voyeuristico dei giornalisti; né un’ossessione grillina; purtroppo uno scalpo propagandistico di un’Antimafia costretta a fare spallucce senza strumenti concreti – aveva un senso. Pellegrino è accusato (e ha diritto di difendersi anche in quest’occasione) di aver pagato, alla tariffa di 50 euro l’uno, alcuni dei 4.427 voti presi da candidato all’Ars, 2.293 dei quali nella sua Catania dov’è stato il primo di Forza Italia. La legge va cambiata: dalla gogna sterilizzata alle norme anti-inquinamento elettorale.
Il M5S, adesso, rimpiange il mancato arrivo dell’Ocse: «Elezioni falsate, avevamo ragione», dicono.
 «Vota e fai votare». Se davvero fossero colpevoli – e non siamo certo noi a poterlo dire – Pellegrino, Maesano e Susinni dovrebbero avere l’aggravante della tracotanza, non compensato dall’attenuante dell’ingenuità. Ma come si fa – voi, pluri-indagati, qualcuno pure condannato, comunque tutti additati, talvolta sospettati e senz’altro intercettati – a gironzolare sereni all’outlet della preferenza? E’ una questione di arroganza e di faccia tosta! 
Non poteva immaginarlo, Riccardo, già indagato (e scagionato) sempre per voto di scambio? Lui che – con un fratello, Gaetano, arrestato per mafia – era già finito sotto i riflettori  di quell’Antimafia regionale guidata da Nello Musumeci, infine suo candidato governatore nella corsa all’Ars. Il futuro presidente sussurrò  di non volerlo, ma i vertici regionali e provinciali di Forza Italia lo candidarono. E Musumeci, ipse dixit, lo scoprì   leggendo le liste sul giornali. «Se sono mafioso io, lo è anche lui», l’orgoglioso assioma del ragazzo-simbolo di un quartiere a rischio. E proprio da piazza delle Salette, col suo popolo a gridare «chi non salta, comunista è…», proclamò: «Qui non c’è mafia!».  «Mi ritiro solo se si candida Salvo Pogliese», disse. Per poi cambiare idea, quando l’eurodeputato (ex suo mito: «Pogliese nella segreteria… mi hanno abbassato i pantaloni, lo sai che mi ha detto davanti a tutti? Che sono il prossimo candidato alle regionali», diceva intercettato) s’è candidato davvero. «La coscienza è la valutazione morale del proprio agire, spesso intesa come criterio supremo della moralità», scrive nel profilo Facebook pieno di immagini sacre, citazioni bibliche e link di Bergoglio. Lanciando la  lista “Un Cuore per Catania”, «perché da lì parte tutto, e se il cuore è semplice e sincero è capace di compiere grandi prodigi!». 
Susini, voleva dare l’appalto per la rimozione dei mezzi a una ditta amica che non aveva neanche il carro attrezzi? Ebbene, glielo diede. Candidato nel 2008 al consiglio comunale, nella sua Mascali, dopo una sfilza di inchieste a suo carico, fu bocciato dagli elettori. Ma, alla prima seduta, si dimisero – tutti assieme, come in una figura di nuoto sincronizzato – sei consiglieri eletti. Subentrò lui. Subito eletto presidente del consiglio. 
Neanche  Maesano è uno che molla. Si difese con forza, smentendo e minacciando querele, quando un pentito lo accusò di contiguità alla mafia: il clan «lo chiamava “Ascio”, organizzavano i pullman per andare a votare e se vedevamo la Digos scappavamo…». Convinto di uscirne sempre pulito, come fu nell’indagine per corruzione nelle elezioni di Vittorio Cecchi Gori nel 2001 nel collegio acese. E magari anche nel  processo (condanna a quattro anni in primo grado) in cui la Dia lo intercettò con un suo consigliere e la  mazzetta da 15mila euro. «Asce’, se te ne devo dare di più dimmelo…».
 Immaginiamoli. Loro tre, in campagna elettorale: il candidato impresentabile, il gatto catenoto e la volpe dello Jonio. A trattare nei baretti polverosi, a contare banconote posteggiati in trazzere di campagna. Loro tre. Assieme. Tutt’e tre. Nel paese dei Balocchi, a dispensare regali cash. Una favola triste. O magari (soltanto?) una sagra strapaesana della corruzione.