Cateno de Luca,

Spese pazze all’ARS, De Luca condannato dalla Cassazione

Cateno De Luca deve pagare  poco più di 13.000 euro per le spese pazze all’Assemblea regionale siciliana effettuate nella legislatura 2008-2012. La Corte di Cassazione, con una sentenza delle Sezioni civili unite depositata nei giorni scorsi, ha infatti dichiarato inammissibile il ricorso presentato contro la sentenza della Sezione giurisdizionale d’appello della Corte dei conti Sicilia che lo scorso febbraio, confermando quella di primo grado del marzo 2016, ha condannato l’ex parlamentare e attuale sindaco di Messina a versare all’Ars 13mila 204 euro, oltre rivalutazione monetaria ed interessi a titolo di risarcimento del danno, spesi per finalità non istituzionali da De Luca nella qualità di presidente del gruppo parlamentare Forza del Sud, dal 12 ottobre 2010 al 14 febbraio 2011. La Cassazione ha inoltre condannato De Luca al versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso. Le somme versate dal Parlamento siciliano erano state spese per rifornimenti di carburante (2mila 855 euro) dell’Audi A6 presa in leasing dall’ottobre 2010 a nome del gruppo Forza del Sud, soggiorni in alberghi, pranzi e cene in ristoranti e trattorie (8mila 538, di cui 2.580 risultanti da fatture e scontrini intestati direttamente a De Luca e 5mila 958 risultanti da analoghi documenti intestati al gruppo), spesi secondo De Luca per scopi di proselitismo politico, mentre 1.811 euro erano stati utilizzati per l’acquisto di 133 agende Nazareno Gabrielli distribuite ai componenti del gruppo da lui presieduto in occasione delle festività di fine anno 2010. Su quest’ultima spesa la Corte dei conti in appello aveva evidenziato come “il cospicuo numero di agende acquistate inducono fondatamente a ritenere che le agende fossero destinate all’effettuazione di regalie personali, senz’alcuna concreta attinenza con le finalità istituzionali del gruppo Forza del Sud, all’epoca composto da appena sei componenti”. I giudici contabili avevano sottolineato come “le spese riferibili ad attività di proselitismo e di propaganda non possono essere legittimamente fatte gravare sul contributo unificato erogato al Gruppo per le proprie specifiche esigenze organizzative e per l’espletamento delle proprie funzioni istituzionali in seno al Consiglio regionale ma debbono essere finanziate con fondi propri del partito o del movimento politico o del singolo esponente” e “in ogni caso De Luca non ha fornito alcuna plausibile spiegazione giuridicamente apprezzabile delle ragioni per le quali sarebbe stato indispensabile offrire pranzi e cene a chicchessia, con oneri posti a carico delle finanze pubbliche”. Dunque vi è stato un danno erariale. In sede penale, invece, Cateno De Luca era stato assolto dall’accusa di peculato.

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