Capo d’Orlando

LA NOTTE DELLA CIVETTA di Giovanni Torres La Torre

“La luna era lontana, a imbiancare parole d’amore!”,

esclamò la civetta dalla residenza nascosta tra intrecci vegetali

di incipiente primavera.

Non si udirono i colpi di accetta che stroncano in due

la colonna della dimora lasciando al notturno richiamo

vocazione di partire o restare.

In mezzo al guado, i due silenzi

sostarono agghindati e attoniti senza alcuna sillaba

che chiarisse il significato di quella cerimonia.

 

Resta ancora quella sospensione di notte incerta che confina

con la chiarìa della prima stella,

là che la melodia del fiume non smette di raccontare

storie del mondo e del paradiso vivente

di zolle definitive di sonno.

 

Nessuno vorrebbe partire,

punge ancora freddo sotto le ali,

e intanto, oh intanto!, si continua a indagare

in quale luogo ignoto altro desiderio ha spaccato la pietra

con fatica di germoglio di frumento,

ma il sentiero ha divaricato il passo

sfidando l’ignoto verso lo sconfinamento,

luogo di cittadinanza di altra conoscenza,

delicatezza di altra parola che cerca finzioni segrete dell’anima.

 

Diranno loro, fili della trama Aracne,

se hanno trovato scampo in qualche tana

di generosa divinità che ha insegnato a tessere

il tratteggio d’arazzo della loro identità

e il chiaro e lo scuro che appare inganno di rilievo.

 

Diranno loro se la luna

darà conforto all’ala spezzata del ricamo,

al piede nudo del viaggio, al grido sospeso

che chiama ancora il mito di un nome

felice in vita su questa terra mai stanca

di stringere le mani al viaggio del fiume

verso il mare.

 

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Civetta
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