La zia Concetta non è mafiosa

Assolta per non avere commesso il fatto. Per i giudici Concetta Scalisi non sarebbe tornata a reggere le file del clan Laudani nel territorio di Adrano. Si conclude così il processo di primo grado, con rito ordinario, nato dopo il maxi blitz  denominato Vicerè. Operazione condotta dal Reparto operativo speciale dei carabinieri su delega della procura di Catania nel febbraio 2016. L’inchiesta mise in luce gli affari dei “mussi di ficurinia” non solo a Catania, ma anche in provincia, soprattutto nell’Acese.

Ad avere un ruolo di primo piano sarebbe stata Concetta Scalisi, figlia del boss Antonino, ucciso nel 1982 in un agguato ad Adrano, dove è considerata figura di spicco. La donna, che ha alle spalle condanne per mafia, omicidio volontario e porto abusivo di arma da fuoco, è entrata diverse volte nei racconti del pentito Giuseppe Laudani. «Era lei – spiega in un verbale finito agli atti – a portare avanti la famiglia subito dopo la morte del padre. Poi è cresciuto Giuseppe Scarvaglieri (il nipote, ndr) che ha voluto prendere il controllo del territorio. Loro, zia e nipote, hanno una guerra accanita che non si capisce». Stando all’inchiesta zia Concetta avrebbe preso parte anche a delle riunioni con il boss Giuseppe Laudani. Seduti attorno a un tavolo per discutere i dissidi criminali di Adrano e la lotta contro il gruppo dei Santangelo-Taccuni, vicini alla famiglia di Cosa nostra dei Santapaola-Ercolano. Oggi pomeriggio però è arrivata l’assoluzione.

 I nomi di spessore di questo troncone processuale erano anche quelli di Giovanni Alfino e Orazio Di Grazia. Il primo accusato di essere il capo dei Laudani a Canalicchio, il secondo al vertice del clan nel quartiere Picanello. Alfino, secondo gli inquirenti, sarebbe stato specializzato in estorsioni e raccolta degli stipendi per gli affiliati detenuti. Condannato a 17 anni e 18mila euro di multa, per Alfino sono cadute alcune contestazioni. Assolto per «non avere commesso il fatto» in relazione a tre presunti casi di estorsione che la procura gli contestava. Copione più o meno identico a quello di Saverio  Francesco Cristaldi, condannato a 15 anni ma assolto per quattro casi di pizzo. Negli atti dell’inchiesta erano stati ricostruite le vicende della ditta Etnea costruzioni, con sede a San Giovanni La Punta, ma anche quella di un bar, una falegnameria e un tabacchino a Trecastagni. L’altro troncone giudiziario del processo, quello con il rito abbreviato, ha già affrontato il giro di boa della sentenza di primo grado con 49 condanne.