Giovanni Torres La Torre

Lettera aperta ad una lettrice

Di chi mi ha chiesto, l’altro ieri, spero sia presente in questa serata, di dire qualcosa sulle “infinite aperture e chiusure” delle mie poesie e delle più recenti figurazione pittoriche, non posso che apprezzare la capacità di lettura nell’avermi proposto una riflessione.

Di spazi di poesia tra le svariate figure linguistiche o nelle linee dei paesaggi, ho semplicemente pensato, con qualche eccesso di fantasia, alle forme dell’architettura, alle aperture, cioè, di quei varchi da dove entrano ed escono esseri umani, suoni, luci, profumi, forme di oggetti, ombre.

Da qui si parte, e qui si arriva anche da altri buchi di vita, dell’anima, di metropolitane e altri sottosuoli, da sentieri che dopo un fiancheggiamento di siepi aprono su inediti paesaggi: sono i punti di arrivo e partenza dei nostri viaggi,  delle api e delle formiche.

La bellezza labirintica è a volte oscura o di altre luci, di un paesaggio nel quale organizziamo la nostra vita, viviamo le nostre felicità o inquietudini, ci organizziamo nelle entrate e nelle uscite con un  rapporto con l’umanità che si muove con noi, ha i suoi punti di fuga come mi è capitato di scoprire in un recentissimo piccolo dipinto: “Fuga in notturno”, con un’ombra che sbuca da un canneto.

Si incontrano per strada, nel caso nostro anche sulla copertina di “Bellezza mutante”, immagini d’arte tornite nella bellezza di natura.

(Ho dipinto in un tempo lontano, “paesaggi umani” strutturati come capita di scoprire, in grandi ammassi rupestri modellati dalle acque e dai venti).

A viverli, guardandoli, hanno una luminosità che abbaglia, la luce non appare soltanto forma, come nella poesia la parola non è soltanto suono; si guardano, si parlano e la reciproca comprensione dipende dal tipo di lettura del testo che può essere, naturalmente, un dipinto, una musica, natura di paesaggio, di tessuto urbanistico, ragnatela di Aracne.

Tutte le arti, quindi, che si guardano, si imitano in segni, danze, si nascondono una nell’altra, si toccano nelle mani, creano l’opera come fosse specchio del mondo, di natura che vedi e ami, di sopra natura che esiste e non vedi: 
metamorfosi anche dei suoni, delle luci, di tutte le scritture che sono “linee di forza” della parola che sa elaborare una realtà, quei suoi segni, i suoi suoni, le sue visibilità mutanti, le sue bellezze mutanti in un laboratorio umano dei linguaggi.

L’artista deve quindi essere parte del paesaggio terreno, ma sapere anche percorrere la strada per andare sulla luna, perché la poesia deve vivere il fascino dell’avventura della parola, e le mani della poesia devono saper raccogliere fiori e frutti e assieme a questi produrre forme d’arte e di pensiero.

Da “DIARIO PUBBLICO”
di Giovanni Torres La Torre

Cara Lettrice, spero di avere saldato un debito, La ringrazio per avermi dato l’occasione di farlo.
P.S:  Mi aspetti al varco, se vuole ma non posso dirle quale. La sua attesa sarà dietro ogni porta, può darsi io abbia paura di uscire, anche se la poesia è coraggio: riscaldi allora il suo passo, rapisca quella paura e la porti con lei, cantando, sulla luna più vicina tra siepi di stelle e gelsomini e là, consumi il suo respiro.               

                                        Il poeta