Misterbianco

Prosegue da parte dell’ex sindaco lo sciopero della fame dopo lo scioglimento della sua Misterbianco

E se le ombre mafiose su Misterbianco non fossero in contraddizione con l’orgogliosa difesa del sindaco?  Se le verità nascoste fossero talmente invisibili da sfuggire anche al controllo di chi doveva controllare e che adesso, alzando i toni e la posta, rischia di apparire difensore dell’indifendibile? Dietro lo scioglimento del Comune c’è uno scenario in cui non è semplice distinguere il bianco dal nero. Ed è proprio in questa zona grigia che – secondo chi, a Roma e a Catania, ha sul tavolo il dossier – si concentrano le «ragioni oggettive» di un atto clamoroso, seppur atteso.

A innescare il provvedimento assunto giovedì sera dal Consiglio dei ministri su proposta del Viminale è stata la relazione firmata dal prefetto di Catania, Claudio Sammartino. Quali sono gli «accertati condizionamenti da parte delle locali organizzazioni criminali»? Le premesse sono tutte in alcuni atti giudiziari. A partire dal faldone dell’inchiesta “Revolution Bet 2” in cui fu arrestato, nel novembre scorso, il vicesindaco (poi dimissionario) Carmelo Santapaola.

Per la Dda di Catania è solido il filo che lega l’ex amministratore ai Placenti, referenti della cosca Ercolano-Santapaola nell’hinterland. «Un pidocchio che cade dalla criniera di un cavallo in corsa», commentò Nino Di Guardo a caldo. Ma per il gip che firmò l’ordinanza a Misterbianco s’è verificata una «vera e propria occupazione sistematica dell’istituzione comunale, volta ad esplicare un controllo pieno di appalti e assunzioni». E Santapaola (non coinvolto per mafia, ma per intestazione fittizia di beni) è la «testa di ponte del sodalizio all’interno dell’ente comunale».

Da dove emergono queste ipotesi si chiede il quotidiano La Sicilia di Catania? Innanzitutto dalle carte della stessa indagine. A partire dal verbale del pentito Giuseppe Scollo, che alla Dda etnea rivela che Santapaola «fa sapere le notizie sugli appalti e vantava amicizie nel Comune di Misterbianco con la possibilità di ottenere posti di lavoro ai parenti degli affiliati». Ma, per entrare in municipio, la cosca corre alle elezioni.

Nel 2012 la “Lista Santapaola”, che prendeva il nome proprio dall’arrestato, schierata con Di Guardo, incassò 1.923 voti, eleggendo tre consiglieri. Non Alfio Saitta, arrestato a novembre per associazione mafiosa e ritenuto socio d’affari dei Placenti: per lui appena 78 voti, nonostante i sodali intercettati lo ritenessero «un candidato forte».

Ma il gip parla di «interesse del gruppo criminale per i risultati elettorali nonché il diretto interessamento di esponenti mafiosi nelle liste elettorali». Intercettati a spoglio in corso, i picciotti rassicurano Vincenzo Placenti: «Come sindaco è sicuro Di Guardo». Ma la priorità è la lista di Santapaola: «Di noialtri non si sa niente?», chiede il boss. Risposta: «Forte sta camminando Riolo, a bomba mbare». Dopo la vittoria si fa festa (una «mangiata a Lineri con 50 chili di salsiccia»), con la presunzione che «noialtri siamo stati determinanti, la bilancia è caduta cca’ bbanna».

E si pensa già a una coop acchiappa-fondi: «Noi la facciamo e ci fanno vincere gli appalti – scandisce Placenti – e ora il trucco è che a Misterbianco se la sbriga Di Guardo, noi non ci mettiamo nemmeno piede. Poi quello che è Lineri, Montepalma, Belsito, Poggiolupo e Serra è cosa nostra…».

Ma c’è dell’altro. Fra gli atti depositati nel decreto di conclusione indagini di “Revolution Bet 2” c’è il verbale del pentito Salvatore Messina, 54 anni, un quarto di secolo da “specialista” del traffico di cocaina per i Pillera. “Manicomio” (questo il nome d’arte) lo scorso 3 dicembre viene sentito per più di due ore e mezza dai pm Marco Bisogni e Giuseppe Sturiale. Oltre a raccontare molti particolari degli affari in comune su droga e scommesse, Messina certifica un accordo elettorale fra i Pillera e i Placenti). Rivelando un summit dell’aprile 2012. La scena si svolge a Catania, in via Sebastiano Catania, nell’ufficio di Messina. «Eravamo io, Carmelo Santapaola, Melo Placenti, Zingale Antonino (mio ex cognato che apparteneva al gruppo Pillera), un ragazzo portato da Melo Placenti di cui non ricordo il nome e… omissis».

Chi era il sesto partecipante a quello che il pentito definisce «un incontro in cui abbiamo discusso delle elezioni comunali imminenti»? Ma non è l’unico mistero coperto dal segreto istruttorio. «Noi Pillera – ricostruisce Messina – abbiamo detto che il nostro gruppo aveva circa 200 voti e loro dissero che con questi voti avrebbero fatto salire… omissis Santapaola Sindaco. I voti andavano cioè convogliati su entrambi: uno come candidato sindaco e… omissis». Il patto è evidente: «Durante la riunione era chiaro a tutti che noi – precisa Messina – avremmo raccolto i voti come gruppo mafioso dei Pillera e che, dall’altra parte, i Placenti avrebbero raccolto voti come gruppo Santapaola (e in effetti entrambi i candidati furono eletti». Il pentito, oltre a dirsi «assolutamente certo» che l’ex vicesindaco Santapaola «fosse a conoscenza dell’appartenenza mafiosa dei suoi cugini», chiarisce che «i Placenti volevano avere un riferimento forte sul territorio per le licenze e per le altre cose che orbitavano nel comune e noi volevamo… omissis».

E ancora: «Noi esplicitammo nella riunione questa esigenza. Placenti disse, alla presenza di Santapaola, che non sarebbe stato alcun problema una volta che il Santapaola fosse stato eletto al comune». A leggere queste carte la definizione di «bonu carusu», che Di Guardo usò sul suo ex vice, non sembra appropriata. A Messina i pm della Dda etnea mostrano un “album” con 48 foto. Alcune sono «effigi di soggetti pregiudicati», ma molti sono i volti di personaggi «di interesse investigativo». Appena cinque le facce visibili. Di chi sono le altre 43 celate?

Le indagini su mafia e scommesse si fermano a un certo periodo. Ma la «permanente attività» dei Placenti,scrive il gip, ha «una sua estensione», in termini di «elevatissima probabilità» fino al 2016/17. La lista “Unione per Misterbianco-Santapaola” nel 2017 incassò 2.063 voti, pari all’8,4%. Percentuale non decisiva alla vittoria di Di Guardo. Ma Santapaola (ex An, ex Mpa e infine vicino ai renziani di Luca Sammartino), intercettato, si autodefinisce «valore aggiunto, toglici duemila, mettiglieli ddabbanna e sono quattromila e hai perso!».

E qui, sempre secondo La Sicilia, arriviamo al cuore della vicenda. C’è un riscontro dei piani di infiltrazione (sbandierati dai boss in intercettazioni e verbali di pentiti) negli atti prodotti dall’amministrazione Di Guardo? Cosa Nostra era davvero a casa sua nel municipio? Nella relazione allegata allo scioglimento ci si aspetta più di una prova che le parole, in qualche modo, sono diventate fatti. Ed è ininfluente per la procedura (ma non dal punto di vista politico) il fatto che il sindaco ne fosse a conoscenza.

Qualcuno, fra gli ultras dell’illibatezza del Palazzo, immagina una trama politica. Suggestiva. E cioè che lo scioglimento sia una scelta maturata all’epoca di Matteo Salvini ministro dell’Interno, magari sobillato da esponenti leghisti locali a loro volta legati ai “signori della munnizza” di cui Di Guardo si dichiara fiero nemico. Ma a Roma smentiscono. Il caso Misterbianco, pur emerso sotto il governo giallorosso, non è arrivato in Consiglio dei ministri per forza d’inerzia.

Al di là della rigorosa verifica a valle (la commissione d’accesso e il prefetto Sammartino), anche a monte le carte sono state lette con attenzione dai nuovi vertici che affiancano il ministro Luciana Lamorgese. Che non ha fatto la passacarte dei desiderata del suo predecessore, ma ha firmato una sua proposta al Cdm. Assumendosene la responsabilità politica. Un sindaco che grida al «crimine di Stato» rischia di diventare un selfie (sfocato) di chi – magari a sua insaputa – può diventare la copertura di altri soggetti.

Nino Di Guardo
Luciana Lamorgese