Claudio Fava

Fava attacca il signor Antoci: “Delusi dalla sua reazione”

“Siamo rimasti stupiti e anche un po’ delusi dalla reazione del signor  ( è laureato ma è il modo di fare di Fava,ndr) Antoci. Ci saremmo aspettati parole di gratitudine e non sentir definire questa relazione ‘vergognosa’”. Il presidente della commissione Antimafia Claudio Fava spiega in conferenza stampa le ragioni della relazione che la settimana scorsa ha definito come “meno probabile” l’ipotesi dell’attentato mafioso organizzato per uccidere l’ex presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci: lo fa accompagnato dai due super-consulenti della commissione, l’ex presidente del tribunale di Catania Bruno Di Marco ( che è di Tortorici,ndr) e l’ex questore di Palermo ed ex direttore della Dia Tuccio Pappalardo, per documentare innanzitutto un’indagine densa di dubbi, prima ancora che di conclusioni, su una vicenda nella quale “tracce della presenza della mafia non ce ne sono”.

Dubbi che riguardano anche le modalità dell’inchiesta: “Il commissariato di Sant’Agata Militello – scandisce Fava – sta all’attentato ad Antoci come il commissariato di Mondello sta all’attentato all’Addaura. In un episodio come questo, in cui si attenta alla vita anche di due poliziotti, la prassi vuole che si attivino tutti gli strumenti investigativi che esistono sul livello nazionale. Non una garbata partecipazione dello Sco, non il gabinetto della polizia Scientifica di Roma dopo due anni”. Per Fava, però, non è neanche vero che la messinscena è la più probabile delle ipotesi in campo: “Non è scritto da nessuna parte che è la più plausibile”.

Le anomalie, d’altro canto, sono tante: a partire – osserva Di Marco – dal mancato blocco in entrambe le direzioni della statale su cui avvenne l’attentato di tre anni fa. “Perché – osserva – non sono state allertate tutte le centrali operative? Qualche giorno fa un uomo ha accoltellato la moglie in provincia di Brescia e sono stati organizzati posti di blocco ovunque: in quel caso non ne è stato allestito neanche uno”.

“Fatti”, sottolinea Fava, che risponde ancora alla vittima dell’attentato: “Antoci – commenta – parla di anonimi e di dicerie. Questa commissione non ha letto né acquisito né utilizzato alcun anonimo. Sappiamo che ce ne sono stati, ma tutto il lavoro che è stato fatto è stato condotto su atti e sugli stenografici di 23 audizioni. La commissione non ha lavorato su dicerie: abbiamo lavorato sulle audizioni di 23 persone, molte delle quali testimoni. Abbiamo raccolto fatti oggettivi”.

Una stilettata parte all’indirizzo dell’ex presidente dell’Antimafia nazionale Beppe Lumia: “Ho letto nelle sue dichiarazioni che questo potrebbe essere un complotto che cerca di destabilizzare la vera antimafia – scandisce Fava – se dovesse davvero emergere che si è trattato di una messinscena saremmo di fronte a un reato. Se un’indagine non nostra dovesse portare a qualcosa del genere Antoci dovrebbe sentirsi ‘mascariato’ da chi ha simulato questa vicenda a suo danno”.

 Di Marco e Pappalardo passano in rassegna le audizioni, elencando tutti i dubbi, a partire dall’assenza di fuoco incrociato e dal trasferimento di Antoci dall’auto blindata a una non blindata: “Il mancato approfondimento sul piano investigativo e le mancate risposte – osserva l’ex questore di Messina Palermo – hanno condotto alla richiesta di archiviazione”.

“C’è un contrasto – aggiunge Di Marco – fra quanto il vicequestore Daniele Manganaro dichiara ai pm e poi corregge in sede di audizione e fra quanto il sindaco di Cesarò Salvatore Calì dice sia ai pm che in audizione”. “Se ci fosse stata simulazione – prosegue Fava – ci sarebbe stata la collaborazione di almeno una delle persone presenti. Ma noi possiamo solo ricostruire il contesto”. I dubbi aumentano, insomma.

Solo su un punto Fava e i suoi consulenti ritengono di non avere elementi per chiedere supplementi di analisi: la morte nel giro di poche ore di Tiziano Granata, uno dei poliziotti intervenuti sul luogo dell’attentato, e Rino Todaro, che lavorava a sua volta al commissariato di Sant’Agata Militello.

“Io – specifica Pappalardo – tengo a precisare che neanche dei vaghissimi elementi di sospetto che potevano insorgere da quella coincidenza abbiamo tenuto conto. L’abbiamo considerata una casualità e l’abbiamo accantonata”. Sbagliando. Perché non approfondire la vicenda dell’IVOMEC, il farmaco che avvelenò i Nebrodi e sul quale indagava proprio Tiziano Granata?

Giuseppe Antoci
Daniele Manganaro
Cesarò