Nando della Chiesa

I Progetti scolastici di educazione alla Legalità in Italia di Franca Sinagra Brisca

Una riflessione si è fatta strada nel contesto scolastico per la legalità, che vede a maggioranza docenti donne, perché la scuola è il settore istituzionale dove il lavoro di cura e il rapporto madri-figli viene riproposto e attinge alla norma sociale della trasmissione delle tradizioni, della cultura e dei modelli di comportamento di una società. Spetta quindi alle donne, che ne siano consapevoli e comunque di fatto, praticare la loro essenza di umanità da proteggere, attivare modalità e strumenti per opporsi al disagio e considerare nel femminile anche che la criminalità organizzata finisce con l’uccidere i loro uomini, i figli e loro stesse.

Il MIUR (Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca) ha pubblicato quest’anno il rapporto sulla Storia dell’Educazione alla Legalità in Italia, scritto da un gruppo di sei ricercatori e ricercatrici dell’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell’Università di Milano, presieduto dal ch.mo prof. Nando dalla Chiesa. Il metodo dell’intervista (con registratore, sulle orme di Nuto Revelli) a migliaia di docenti, anche in pensione, e di studenti, ha permesso di descrivere un quadro ricchissimo e palpitante del lavoro svolto nelle scuole italiane dal 1980 (nascita dell’ed. alla legalità con la Legge 51/80 dopo il delitto Mattarella) ad oggi, nelle regioni del Sud e del Nord, ma registra anche un sottofondo antimafia comune a tutte le regioni. Ne è uscito il quadro di una scuola fatta da docenti generosi e responsabili, capace di andare oltre il dovere burocratico. Vi occupa un posto anche l’antiracket a Capo d’Orlando.

Le parole di Nando dalla Chiesa, che ha stilato l’introduzione e l’appassionato epilogo: “Un grande fiume pedagogico scorre nel cuore della società italiana, fatto di corsi speciali, di assemblee, film, libri, spettacoli teatrali, auto produzioni di filmati e documentari, composizioni musicali, concorsi artistici, in un rincorrersi di invenzioni e di progetti educativi.” […] “E’ una storia orale, per mancanza di documentazione, di luoghi dedicati alla conservazione e alla sistematizzazione di qualsiasi materiale, per assenza di pubblicistica con accenni significativi alle esperienze localmente realizzate, perfino rarefazione o inesistenza di una memoria pubblica. Fare antimafia a scuola era spesso considerata una perdita di tempo e ancor più un frutto di strumentalizzazione politica, così da generare vere e proprie scelte di ostruzionismo informativo.”

Il professore ha valutato quindi i risultati della ricerca nella corretta dimensione di storia civile: “Emerge il faticoso confronto con le convenzioni sociali e culturali da parte delle sue zone più sensibili e delle sue persone più attente e generose. […] E’ anche una storia di istituzioni e di comuni, di teatri e librerie, di intellettuali e di associazioni a partire da Libera. Storia sociale e culturale, insomma.” E sottolinea il ruolo svolto dai tanti personaggi-testimoni, invitando i quali la scuola ha stretto un significativo ed efficace rapporto con la società assumendone la presenza educativa a contatto diretto con gli studenti.

Anche la conclusione tratta dal prof. N. dalla Chiesa (da considerare un testimone storico anch’egli) rivela ragionata partecipazione: “Questo progetto è stato un atto di giustizia non retorico, verso la scuola italiana. Il gruppo di ricerca ha sentito l’orgoglio di averla potuta rivivere e raccontare. […] Una grande e difficile storia di educazione e rieducazione, di narrazione di un paese, di sostegno alle istituzioni spesso incerte e intimidite; di inedite fusioni fra giovani e anziani, tra Nord e Sud, tra toghe, divise e movimenti civili.”

La pubblicazione della ricerca è una fonte importante perché i futuri progetti di educazione alla legalità e si inseriscano senza pionierismo in un alveo ricchissimo di spunti e percorsi già sperimentati.
FSB