Francesco Lo Sardo

Funerali politici e memoria storica. Lo strano funerale del 1931 a Messina – di F. Sinagra BRISCA

Di funerali memorabili per concorso di popolo in massa nella seconda metà del 1900 se ne ricordano molti, ma anche per assenza del cerimoniale dovuto, come avvenne per G. Andreotti.
In questi giorni l’imponenza del funerale del Generale iraniano Sulejmani, denso di rabbia per l’oltraggio alla politica internazionale attuato dal Presidente USA Tramp ci ha fatto ricordare che la I Guerra Mondiale ebbe un regicidio per innesco e che di solito simili efferatezze sono il segnale di guerra. La memoria va dunque alla storia del passato per riceverne esempi a sostegno nei momenti di incertezza sulle scelte politiche da mettere in atto, salvo conoscere l’art. 13 della nostra Costituzione che mette l’Italia fuori da ogni partecipazione a guerre. Si scopre nella storia passata dei Nebrodi uno strano funerale, anch’esso molto politico ma di segno inverso a causa dell’assenza di partecipanti imposta dalla politica fascista: il funerale dell’on. Francesco Lo Sardo, che si ripeterà per l’on. Gramsci. Cerchiamo di
ricordarlo.
Il 6 giugno 1931 giunse a Messina col traghetto il cadavere di Francesco Lo Sardo, morto il 30 maggio di stenti e malattia nell’infermeria della casa penale a Poggioreale, proveniente da quella di Turi di Bari condivisa con altri 18 detenuti politici, fra cui Sandro Pertini e Antonio Gramsci (che ebbe da morto lo stesso trattamento riservato agli avversari del fascismo). L’avvocato era stato arrestato nella sua casa messinese l’8 novembre 1926, nella stessa notte di Gramsci, con colpo di mano illegale a dispetto dell’immunità dei deputati in carica (era già avvenuto impunito l’assassinio del socialista Giacomo Matteotti).Qui di seguito alcuni brani tratti da una narrazione letteraria di quel funerale messinese, ricostruita sulla base di un documento della questura.
La moglie e qualche parente “Non potevano prevedere cosa riservasse il futuro, conoscevano soltanto la crudeltà disumana di una popolazione irretita nei peggiori dei comportamenti che un amico professore, di cui s’erano perse le tracce, aveva definito con frase latina ‘homo homini lupus’.
così aveva telegrafato a Mussolini la moglie galatese Teresa Fazio, quella donna magra che lì pareva di vetro tagliente tanto era rigido lo sforzo di non urlare e antica l’abitudine temprata a non reagire per non soddisfare il piacere sadico di chi la morte aveva preso a usarla per dileggio. Fuori li attendeva un semplice carro funebre a un tiro, nerissimi il carro e il cavallo.
Nel rapporto della questura del 6 giugno 1931, redatto nelle prime ore del pomeriggio, si legge:
< Treno ore 6.15 giusta intesa questura Napoli è qui arrivata salma condannato politico Lo Sardo Francesco che proseguita immediatamente per Gran Camposanto ove in atto avviene tumulazione avvenuta senza alcuna pompa e feretro est proseguito cimitero seguito appena qualche congiunto e per itinerario prescritto Questura. Nessun incidente. Personale servizio Polizia ha proceduto fermo sei comunisti sorpresi isolatamente lungo percorso con probabile intenzione seguire carro funebre >.
Fuori dalla tettoia della stazione nella piazza inondata di luce, il legno fu accolto nella pancia del carro funebre tirato come d’uso da un cavallo in gualdrappa nera, e una nuova macchia nera semovente, ma sbriciolata e complessa, si mosse verso il Gran Camposanto fra due file di poliziotti neri, obbligata a un percorso a gimcana per vie secondarie.
Lungo la via deserta sbucavano dalle traverse, qua e là alla spicciolata, uomini con le mascelle serrate e i pugni stretti in tasca, qualcuno riconoscibile per il bavero della giacchetta alzato fin sotto la coppola, che dava subito una occhiata finta indifferente alla bara, per proseguire a torto con lo stesso passo del funerale, ma senza affiancarsi, e qualcun altro commise l’ingenuità di scoprirsi il capo, confidando nell’ovvio atto di civiltà per l’usanza funebre. Era stata vietata la partecipazione a quel funerale e sapevano i rischi infelici della disobbedienza. Quello era il feretro di un gran politico, nientemeno che il siciliano Francesco Lo Sardo primo comunista deputato al Parlamento Regio a Roma nel 1924, fatto morire di stenti in carcere, secondo dopo l’assassinio impunito del collega Matteotti. La presenza furtiva di quegli avventori durava poco, perché scomparivano improvvisamente in una traversa o in un portone spalancato a bella posta lungo il percorso, atterrati da una manganellata o costretti dal perentorio ordine fascista di chi s’era accostato proditoriamente, per fargli sentire la bocca d’una pistola puntata al petto o alla schiena. Pur avvertiti del divieto categorico e consci dell’inevitabile pericolo, alcuni antichi compagni di strada e di lotta di Francesco vollero testimoniare per l’ultima volta la vicinanza a quel relitto, che ancora in quelle condizioni continuava a rappresentare un grande significato politico e una scelta di vita morale ‘Il coraggio e la fede, in questi tempi, sono la virtù di pochi. Amo essere tra questi pochi’ aveva scritto dal carcere. Rappresentava un baluardo dell’antifascismo, che i mandanti dell’assassinio, incapaci di distruggerne l’eredità immateriale ideale, intesero occultare passando sotto silenzio per cinque anni, prima il sequestro immotivato e poi il mortale abbandono carcerario, ora incarogniti nel divieto della cerimonia funebre.
Ma si poteva chiamare funerale quello sparuto numero di nerovestiti attorno a una cassa senza corone né suono di campane, con un semplice mazzo di fiori comuni evidentemente raccolti nel giardino di casa? Quale sentenza poteva non risparmiare i morti e infierire su quel deputato facendone un morto così derelitto anche nelle esequie? Ad ogni incrocio sostavano altre guardie antirapina del feretro, che non doveva essere indagato né sulle cause né sul giorno del decesso, tanto meno rapito e sequestrato da una folla di elettori inferociti, contadini e operai per lo più, per offrirgli esequie più onorevoli. Era in campo la certezza che qualsiasi rito funebre sarebbe diventato una manifestazione di popolo rivelatrice di insofferenza politica e di ribellione, ma era in campo anche la disumanità dittatoriale che da lì a qualche anno darà prova della sua ferocia nelle deportazioni e nell’uso delle camere a gas per lo sterminio organizzato, nella cui speciale attenzione era compresa la razza ribelle e idealista dei comunisti.
Lo scalpiccio martellante del cavallo sull’asfalto si sentì lungo tutto il tracciato contorto per vie secondarie, cosparse di sporcizia a Messina più di quanto non siano solitamente nelle città portuali; nel deserto umano, aggiunsero l’entrata nel Gran Camposanto…”
Tratto dal libro Donna Teresa Fazio Lo Sardo. Pungitopo Ed. 2019