Convento dei frati minori di naso

L’epidemia “spagnola” a Capo d’Orlando in una lettera del 1918 – di F. Sinagra Brisca

In questi giorni si è fatto spesso riferimento all’epidemia di “spagnola” (si credeva proveniente dalla Spagna), che cent’anni fa ha aggiunto un grande numero di morti per contagio a quelli per la guerra in corso. Notizie sul contagio in paese si trovano in alcune lettere autografe e inedite inviate dalla commerciante orlandina Lucia Santaromita al marito militare ospedalizzato Paolo Paparoni. Nella prima, datata 24 settembre 1918, si legge come allora la situazione epidemica in paese non fosse violenta, ma contemporanea a quella della malaria: “Io cerco di non farmi colpire da questo male, mi guardo bene lo stomaco con dieta, tanto io che i figli di mangiare cibi dannosi … I dottori non hanno tempo di far visite, menomale che questa epidemia spagnola qui corre benigna e non come a Messina, Palermo e altri posti. Che se ne dice a Brindisi? Dio voglia che nulla di nuovo ci sia specie perché a Taranto e Brindisi difetta mancanza d’acqua … non bastavano i disagi della guerra, ci mancava solo questa per condire l’insalata … questi mali lasciano molta stanchezza, di tremolio, vomito ecc bisogna avere molta cautela di non pigliare fresco … Cerca di non andarci nell’ospedale, stattene in Compagnia perché negli ospedali con questa epidemia è peggio assai … e prendi qualche cartina di aspirina.”
Nelle lettere dell’11 e del 22 ottobre, mentre Lucia chiede al marito di mandarle del chinino, lo informa che: “ Credimi che siamo tutti preoccupati, qui ne mancano qualche buona quantità, ma bisogna che facciamo coraggio, animo e mantenerci forte per non farci colpire da questo male. Di fronte ad altri paesi non c’è paragone, possiamo dire che siamo in Paradiso … Oggi giorno della Madonna e non ci fu festa, e né bestiame perché proibita per l’epidemia in paese non tanti casi ci sono stati di morti ma nelle
campagne, piana ecc…in gran quantità per fare le casse pigliano le tavole di letto per mancanza delle tavole legno.”
Lucia e Paolo Paparoni furono una famiglia orlandina benestante, composta dalla madre e quattro
figlioletti piccoli, dei quali tre concepiti nelle licenze del padre combattente sul fronte orientale friulano.
La famigliola era costantemente a rischio di malattia, vuoi per raffreddamento, vuoi per contagio a causa di condizioni igieniche insufficienti, mentre le febbri influenzali erano all’ordine del giorno. Si nota
l’arretratezza del metodo di cura per ictus senile da come Lucia riferisce un fatto: “La zia Paolina ebbe un colpo di paralisi in testa e che ti assicuro fu male assai, intanto ieri stesso le applicarono le mignatte e neve sulla testa e quest’oggi è assai migliorata, meno male che non la colpì a nessun posto restò bene, solo un po’ alla favella, che non parla tanto bene.”
Nel Sud l’assistenza medica era vissuta drammaticamente, il servizio sanitario era insostenibile, con un unico dottore condotto per tutta la frazione orlandina di Naso, così che l’intervento medico e l’efficacia delle cure erano minime. Il dottore Coniglio fu un uomo buono, di quel genere professionale sacrificato e tipico dei medici di campagna di una volta, esercitò messo di fronte a pazienti dediti a pratiche ascientifiche fra magia e omeopatia, che spesso si rivolgevano al medico in extremis, quando era troppo tardi per intervenire a salvamento, esperienza da cui gli stessi deducevano che il medico, invece di curare, decretasse solo la loro morte.

Secondo recenti studi, la pandemia della spagnola fece tra i 40 e i 50 mila morti tra l’estate e l’autunno del 1918, duplicando i morti in guerra. Il conflitto mondiale aveva impedito un’efficace coordinazione internazionale, mentre le necessità dell’esercito combattente fecero passare in secondo piano i bisogni della popolazione, con penuria di personale sanitario medico e infermieristico sufficiente alla bisogna. Si ricorda un buon numero di infermiere e crocerossine, provenienti anche dalla società benestante siciliana, impegnate a soccorrere nei reparti ospedalieri militari. E’ giusto citare l’epigrafe dell’unica donna sepolta a Redipuglia, morta di spagnola, medaglia di bronzo al valor militare, in primo piano alle spalle del Duca d’Aosta, Margherita Kaiser Parodi Orlando: “A noi tra bende, fosti di carità ancella. Morte ti colse, resta con noi sorella”.