La Vara di Messina e il volerla ripulire dalla mafia

“La libertà di volantinaggio è una manifestazione del libero pensiero garantita dalla Carta”.
La Quinta sezione penale della Cassazione (presidente Rossella Catena, relatore Giuseppe Ricciardi), con la sentenza 12892 del 24 aprile scorso, ha confermato la condanna per il “capo Vara” Franco Molonia (difeso dall’ avv. Giovanbattista Freni), che guidava la “cordata” con la macchina votiva in occasione della processione di ferragosto a Messina. Sia il sostituto procuratore generale , Giovanni Di Leo, che il difensore della parte civile, avv. Rossella Rago, avevano concluso, nell’udienza del 27 gennaio scorso, chiedendo l’inammissibilità del ricorso.
Una manifestazione religiosa importante per la città sullo Stretto, che era finita nelle pagine di cronaca e in tribunale, a causa della distruzione dei volantini distribuiti dall’associazione “Addiopizzo”, il 14 agosto 2012, da parte di alcuni componenti del Comitato organizzatore.
La sera prima della manifestazione alcuni componenti del comitato della Vara aggredirono due attivisti di Addiopizzo i quali chiedevano di far pulizia allontanando esponenti mafiosi dalla manifestazione: “Maria libera Messina dal pizzo e dalla Mafia”, si leggeva sui volantini diffusi dall’associazione antiracket. In seguito due animatori del Comitato Vara, Franco Molonia e Franco Celona, erono stati condannati dalla Corte d’Appello di Messina ad un anno (il 9 ottobre 2017), per violenza privata e danneggiamento (ai due nel maggio del 2013 gli agenti della Squadra Mobile fu notificata anche un’ordinanza di misura cautelare di divieto di dimora nel Comune di Messina). In primo grado erano stati condannati rispettivamente a un anno (Molonia) e otto mesi (Celona).
A Molonia non erano piaciuti i fogli che raffiguravano il “carro” religioso, con la preghiera «Maria libera Messina dal pizzo e dalla Mafia». I ragazzi di “Addiopizzo” erano stati seguiti con lo scopo di distruggere volantini che, ad avviso dell’imputato, erano blasfemi e contenevano informazioni lesive per la città di Messina, dove non esistevano né la mafia né il pizzo. Il gesto, ad avviso della difesa, non era altro che una sorta di arresto in flagranza, messo in atto per impedire un reato, visto che il volantinaggio era abusivo.
Di avviso diverso la Suprema corte, la quale sottolinea che «l’attività di volantinaggio, che è stata impedita, lungi dall’essere un reato, integra una libertà garantita dall’articolo 21 della Costituzione». I giudici ridimensionano anche l’imputato che, con una sorta di “lei non sa chi sono io”, si era rivolto alle “pazze” che distribuivano i fogli intimando la consegna degli stampati al grido di «Io sono Molonia, il capo Vara». Una qualifica, chiariscono i giudici a scanso di equivoci, che non attribuisce a chi la riveste alcun potere pubblicistico utile a mantenere l’ordine pubblico. Né serve ad evitare la condanna. Risarcimento (di 3.500 euro) per l’associazione anti estorsione, compreso. «Hanno strappato i nostri volantini. Ci hanno urlato parole irripetibili. Hanno gridato che a Messina la
mafia non esiste». Ma c’è di più. «Ci hanno anche seguito all’interno di un bar e ci hanno minacciato». La denuncia è dei rappresentanti dell’associazione Addiopizzo. Una denuncia che fece rumore, alla vigilia della festa più amata dai messinesi. Perchè ad apostrofare i ragazzi antiracket , erano stati tre componenti del Comitato Vara. «Abbiamo chiamato la polizia – spiegò quella sera il presidente di Addiopizzo Enrico Pistorino – e raccontato la dinamica dei fatti. Non avevamo fatto nulla di male, c’erano tra noi ragazzine che sono tornate a casa terrorizzate». Aggravante di spessore. Due delle vittime erano parenti stretti di una sindacalista della Scuola e di un dirigente della Squadra Mobile.