- Fracantonio Genovese

Depositate le motivazioni che portarono alle tredici condanne in appello al processo “Corsi d’oro 2”

Finalmente sono state depositate le motivazioni che portarono alle tredici condanne in appello al processo “Corsi d’oro 2” sulla formazione professionale a Messina. . Per Francantonio Genovese, anche se ridotta di parecchio rispetto al primo grado (erano 11 anni allora, siamo scesi a 6 anni e 8 mesi), è stata ugualmente pesante. Ma va ricordata l’assoluzione, in suo favore, da tutte le accuse di riciclaggio e autoriciclaggio. Nel dettaglio la condanna a 6 anni e 8 mesi, e 4800 euro di multa, per Genovese, è riferita all’associazione a delinquere, alla tentata estorsione ai danni dell’ex dirigente regionale della Formazione professionale Ludovico Albert, a due ipotesi di truffa e due ipotesi di reati fiscali.

È andata invece peggio ad un solo imputato rispetto al primo grado, al cognato ed ex parlamentare regionale Franco Rinaldi. Nel 2017 aveva incassato l’assoluzione dal reato associativo con una pena di 2 anni e 6 mesi, nel settemre 2019 i giudici d’appello decisero che faceva parte dell’associazione a delinquere, e questo si è tramutato in una condanna più pesante, a 3 anni e 2 mesi.

Il dato però è uno. Ovvero che anche in appello, il quadro delineato a suo tempo dalla Procura sulla “vigenza” dello scandaloso sistema della formazione professionale a Messina e in Sicilia intorno alla famiglia Genovese, è stato ritenuto pienamente sussistente.

Delle 21 posizioni trattate ne restano in piedi 13, il resto è stato “spazzato via” dalla prescrizione. Delle 13 condanne che rimangono, in 6 casi la pena è stata diminuita, soltanto in uno aumentata, in 6 confermata. La pena è stata rideterminata e ridotta rispetto al primo grado per: Grazia Feliciotto (2 anni, pena sospesa), Francantonio Genovese (6 anni e 8 mesi più 4800 euro di multa), Roberto Giunta (3 anni e 4 mesi), Elio Sauta (2 anni e 6 mesi), Chiara Schirò (2 anni e 6 mesi), Elena Schirò (3 anni e 9 mesi). Le sorelle sono le mogli di Genovese e Rinaldi. 

Condanna confermata invece per Orazio De Gregorio, Antonino Di Lorenzo, Domenico Fazio, il commercialista Stefano Galletti, Liliana Imbesi, Salvatore Lamacchia. Esce invece dal processo incassando più assoluzioni «per non aver commesso il fatto» Giovanna Schirò. Ed escono per dichiarazioni di prescrizione dei reati Giuseppina Pozzi, Concetta Cannavò, Carmelo Capone, Natale Capone, Carmelo Favazzo e Natale Lo Presti. L’accusa contestava, a vario titolo, associazione finalizzata alla truffa aggravata, riciclaggio, falso in bilancio e reati fiscali, e poi il caso di tentata estorsione. “Escono” dal processo solo il riciclaggio e l’autoriciclaggio.

Il 5 marzo 2019 il sostituto pg Adriana Costabile chiese la condanna a 12 anni di reclusione e 20 mila di multa per Genovese. Poi sollecitò la pena di 3 anni e 6 mesi per Rinaldi (con la condanna anche per il reato di associazione a delinquere e per un caso di truffa). Le altre richieste di inasprimento furono: 7 anni e 10 mesi per Sauta; 2 anni e 2 mesi per Cannavò; 3 anni e 3 mesi per “Melino” Capone e per il fratello Natale Capone; 3 anni e 9 mesi per Favazzo; 5 anni per Feliciotto; 4 anni e 4 mesi per Galletti; 4 anni per Lo Presti; 3 anni e 2 mesi per Pozzi; 4 anni e 4 mesi per Natoli (fu dichiarata la prescrizione in primo grado); 7 anni e 6 mesi per Elena Schirò. Il magistrato chiese in tutto quindi 12 modifiche di pena rispetto al primo grado (per tutti gli altri imputati invece chiese la conferma), insistendo sulla sussistenza del reato di peculato, che invece in primo grado fu ritenuto dai giudici come “assorbito” dal reato di truffa.

 L’inchiesta della Procura ha provato che la formazione professionale è stata in Sicilia per anni un pozzo senza fondo, un vero «meccanismo delinquenziale», dove era molto facile accaparrarsi una quantità di denaro illimitata per milioni di euro. Non c’erano in pratica controlli regionali, si poteva fare di tutto. E il processo “Corsi doro 2”, intrecciato giuridicamente e temporalmente con il “Corsi d’oro 1”, ha provato nel suo evolversi secondo l’accusa che a Messina venne creato un sistema ad hoc per sfruttare i “mancati controlli” palermitani, tra mille rivoli societari apparentemente slegati tra loro ma in realtà tutti collegati sottobanco, a capo del quale c’era un «dominus» assoluto: Francantonio Genovese. Ha svelato tra l’altro che alcuni degli assunti in enti di formazione professionale in realtà svolgevano attività per Genovese, nella sua segreteria politica.