Verga

Riflessione su Giovanni Verga, nacque a Tebidi di Vizzini il 2 settembre 1840, 171 anni fa.


Mi dispiace che la scuola non riesca a far conoscere agli studenti uno scrittore come Verga, le cui pagine
più suggestive e ricche di umanità non vengono lette, perché gli scrittori, si sa, si preferisce insegnarli
senza leggerli. E poi i classici annoiano tanto! Mi dispiace altresì che alcuni adulti, anche se di elevato
livello culturale, ritengano deprimenti ed inattuali certe opere del Verga.
Comprendo che il maggiore risalto dato nelle scuole ad un’opera come “I Malavoglia”, piuttosto che al
secondo romanzo dello scrittore, può condurre i turisti, pur se colti, a cercare il verismo di Verga più ad
Acitrezza che a Vizzini. Quello che mi stupisce però è che anche la RAI, raccontando Verga tra i grandi
della letteratura, abbia dimenticato palazzi, chiese e piazze, così come il paesaggio, di Vizzini. Quel
paesaggio che è presente in opere come “Cavalleria rusticana”, “Ieli il pastore”, “L’amante di Gramigna”,
“La Roba”, “Mastro don Gesualdo”, ed altre, meno note. Quella Vizzini a cui (la Rai) fa cenno solo per
ricordare la solita questione della nascita dello scrittore. Una questione tanto discussa, e risolta dallo
stesso Verga. In una annotazione su una copia delle sue “Novelle Rusticane”, che intendeva regalare
all’amico Capuana, egli scriveva: A Luigi Capuana “villano” di Mineo da Giovanni Verga “villano” di
Vizzini. Più chiaro di così! Che Verga fosse vizzinese viene confermato da molti amici dello scrittore, tra
cui il medico Giovanni Costa, il professore Luigi La Rocca, l’avvocato Giovanni Selvaggi. Tutti vizzinesi,
sostenitori della nascita di Verga nelle campagne di Tebidi.
Di questo luogo, del resto, ci parla lo scrittore, raccontando che nella sua infanzia una lunga epidemia di
colera aveva costretto la sua famiglia a rifugiarsi nelle terre ch’essa possedeva nell’interno della Sicilia, a
Vizzini. «Così mi mescolai alla vita dei contadini: ebbi dei compagni della mia età, di cui mi
impressionarono la storia e il carattere; assistetti direttamente ai drammi della loro miseria e delle loro
passioni: mi affezionavo alle brave persone che vedevo tutti i giorni: cercavo istintivamente di
comprenderle. Più tardi queste impressioni della giovinezza mi ritornarono con forza vivissima; fu allora
che tentai di fissarle» (dalla lettera ad Edouard Rod, traduttore francese delle opere verghiane). «Una
visione a distanza«, «un covare nella memoria, che è la prima condizione della poesia, quella capacità di
sogno sul mondo che ieri è stato anche il nostro mondo» (citazione di Luigi Russo). E a Tebidi egli
colloca l’infelice storia d’amore tra Ieli il pastore e Mara: «A Tebidi tutti lo conoscevano da piccolo, che
non si vedeva fra le code dei cavalli, quando pascolavano nel piano del lettighiere, ed era cresciuto, si
può dire, sotto i loro occhi, sebbene nessuno lo vedesse mai, e ramingasse sempre di qua e di là col suo
armento! […] La sua mamma stava a servire a Vizzini». Ieli «stava di casa verso Sant’Antonio, dove le
case s’arrampicano sul monte, di fronte al vallone della Cunziria, tutto verde di fichidindia, e colle ruote
dei mulini che spumeggiavano in fondo, nel torrente». Ed altri luoghi di Vizzini vengono citati dallo
scrittore, come il Poggio alla croce, Passanitello, il monte del Calvario, le masserie del Camemi, l’Alia.
Una vita segnata da eventi sfortunati, quella di Verga, uomo riservato, ma capace di suscitare grandi
passioni, diverso quindi dall’uomo ruvido e scontroso che i biografi ci presentano. Libri, preoccupazioni
finanziarie, passione per la scrittura e per la fotografia, e tante donne. Nubili e sposate. Tra quelle
sposate, l’amante di Giosuè Carducci, Lina de Cristoforis. Verga la conobbe a Milano mentre lei era in
viaggio di nozze, e lei, pur di vederlo, fece di tutto per entrare nel salotto della Contessa Maffei. La
gelosia di Carducci quando lo venne a sapere, traspare in una lettera dell’aprile 1873: «Ah stupida
bestiola d’un falso barone e d’un falso cavaliere e in tutto vero imbecille uomo! E dire che tra i miei rivali
ci sarà anche questo rifiuto isolano!».
Il Verga innamorato coltivava relazioni con più donne a volte nello stesso tempo, «fuochi fatui», a suo
dire. Ebbe due lunghi rapporti sentimentali con due contesse milanesi e un amore profondo per la
scrittrice toscana Giselda Fojanesi. Nelle 208 lettere alla contessa Paolina, moglie separata del conte
Greppi, c’è il Verga tormentato da tanti problemi. Lo scrittore che esaltava l’ideale dell’ostrica era
contrario ai legami e al matrimonio e soffriva per il fatto di dover coabitare con la madre, due sorelle, un
fratello, la cognata e tre bambini. «Un inferno», così lo definiva. 521 sono le lettere rivolte alla contessa
Dina Castellazzi, vedova del conte Brucco di Sordevolo. Attraversava anni bui, lo scrittore, e le sue
“follie” a letto con lei non bastavano a illuminargli la vita. Dina, comunque, è l’unica donna che gli restò
vicina fino alla fine, anche se lo scrittore non la volle sposare come lei desiderava. Della triste «stagione
del silenzio», durata per Verga un ventennio, le lettere a Dina offrono un quadro desolante. è un uomo
ed uno scrittore che, profondamente deluso dalla vita, dagli uomini, dalla letteratura, si è incupito sempre
più nel suo pessimismo fatalistico e ritiene inutile persino continuare a lottare: un “vinto”, appunto, come i
protagonisti dei suoi romanzi più famosi. Ed in quelle disperate condizioni doveva anche provvedere a
mandare ogni mese 100 lire a Dina per consentirle di pagare l’affitto del suo appartamentino, dove lei
andò ad abitare dopo la morte della madre. «Che miseria e che noia, questa vita!», le scriveva nel 1910,
a 70 anni. «Mi dici di mandare al diavolo i verdelli e tutto il resto. Ma di che vivere, allora? Di letteratura?

Ahimè, ne so qualcosa». E tuttavia andava fiero di non aver mai «sporcato della carta» soltanto per fare
quattrini.
In questo sfortunato periodo, in una lettera a Colajanni, lo scrittore si definiva «tenuto per rivoluzionario
in arte», ma «inesorabilmente codino in politica», e difatti finì per diventare un fautore dell’intervento
dell’Italia nella prima guerra mondiale. Nel 1920 arrivò, per fortuna sua e dell’amica Dina, la nomina dello
scrittore Giovanni Verga a senatore a vita: quando aveva già 80 anni. Un grosso stipendio da
parlamentare e tanti benefici, che lo salvarono da una vita di stenti. Soprattutto i biglietti ferroviari, che gli
consentirono di fare quei viaggi che non aveva potuto fare prima.
Lei e Dina. Due anni sereni. Poi la morte, a 82 anni. Dina, non essendo sposata, non potè ereditare nulla
e fu costretta a consegnare le 521 lettere al Ministero della Pubblica Istruzione sia per sopravvivere sia,
disse, «per avere la certezza che quelle appassionatissime lettere firmate dal grande Verga saranno
conservate in un museo italiano, a disposizione di tutti, studiosi e lettori».
Un mondo apparentemente lontano, quello rappresentato dal Verga verista. Il mondo del quotidiano,
dello stento quotidiano. Un mondo duro, dove il bisogno spegne ciò che di umano c’è nelle persone e le
rende simili agli animali. Un mondo di vinte, prima ancora che di vinti. Sa, infatti, lo scrittore che il ruolo
ultimo della donna in quel mondo chiuso, eternamente immobile, fuori da ogni riscatto storico, …quando
poi essa vuol uscire da quel cerchio di condanna, quando rompe con la legge dei costumi e le regole
della società, come accade alla Lupa o a L’amante di Gramigna, è relegata ai margini […] paga il suo
gesto con la morte o con l’essere rinchiusa nella cella delle monache pazze, come Maria in “Storia di una
capinera”.
Un mondo senza luce, senza speranza, quello femminile di Verga, una notte di neri scialli, dove non
appare una stella, una leopardiana luna di conforto (citazione di Vincenzo Consolo). Un mondo dove a
regolare i rapporti sociali intervengono spesso componenti mafiose (in Sicilia, verso il 1878, la mafia era
molto forte). Quel sentire mafioso descritto in “Libertà”, “Cavalleria rusticana”, “Mastro don Gesualdo” e,
in modo più esplicito, in una novella, ritenuta da Sciascia «una delle più belle e meno note», e da
Capuana «un piccolo capolavoro», “La chiave d’oro”.
Fu proprio lo scrittore di Mineo che sollecitò la scrittura di tale novella e invitò l’amico Verga a trascorrere
un periodo, durante le vacanze estive, nella sua casa di Santa Margherita. «L’invito cadde nel vuoto»,
ma il Verga accontentò idealmente l’amico nell’ambientare la novella in una casina rurale chiamata
proprio Santa Margherita, e forse pure coll’introdurvi come “comparsa” il piccolo Luigino, in omaggio a
“don Lisi”.
Vi è nella novella il riferimento a Vizzini, dove Surfareddu, «un uomo che nella sua professione di
camparo aveva fatto più di un omicidio», avrebbe dovuto prendere servizio,dopo aver lasciato Santa
Margherita. Vi è il riferimento a circostanze che Verga doveva ben conoscere, per esperienza diretta, in
quanto proprietario terriero, “galantuomo” e come conoscitore dell’inchiesta Sonnino-Franchetti. Nel
racconto verghiano esse sono manifeste nel rapporto tra il canonico, figura di latifondista che prescinde
dalla legalità e ha un concetto prevaricante dell’amministrazione della “giustizia” («faceva ammazzare la
gente per quattro olive») e il suo campiere, a guardia delle sue terre. Quel concetto della giustizia negata
alla “gintuzza” in nome della giustizia esercitata per conto dei galantuomini, una giustizia corruttibile. Una
volta corrotto il giudice concussore con una chiave d’oro da due onze, «il processo andò liscio per la sua
strada, tanto che sopravvenne il ’60, e Surfareddu tornò a fare il camparo dopo l’indulto di Garibaldi. Il
concetto, espresso anche nella novella “Libertà”, ritorna, anni dopo, nel “Mastro don Gesualdo”, dove
traspare la visione materialistica e pessimistica della storia e della condizione umana, disvelata
emblematicamente anche dal contesto mafioso.
Non c’è speranza di qualsiasi miglioramento sociale nè felicità, per i personaggi verghiani, neanche per
le classi ricche e nobiliari. Solo modo di vivere, serenamente e non felici, è l’applicazione del concetto
dell’ostrica, rimanendo cioè saldamente ancorati al proprio ambiente. Certamente Verga voleva
dimostrare che la cosa che più conta è avere e desiderare, ma anche che «più ricco è in terra chi meno
desidera». Per questo crea personaggi come Mazzarò e Gesualdo Motta, «dei Malavoglia a cui la sorte
ha concesso di liberarsi dal bisogno» (citazione di Momigliano). Sapeva bene, il Verga, quanto si soffre
quando manca il cibo o si è minacciati da debiti! E cercava di farlo capire all’amica milanese che,
guardando dallo scoglio le «casupole sgangherate» di Acitrezza, si meravigliava che si potesse vivere lì
tutta una vita. La risposta di Verga è pronta e secca: «Vedete (le dava del voi), la cosa è più facile che
non sembri: basta non possedere centomila lire di entrata, prima di tutto, e in compenso patire un po’ di
tutti gli stenti fra quegli scogli giganteschi, incastonati nell’azzurro, che vi facevano battere le mani per
ammirazione…».
Sapeva descrivere pure, il Verga, la solitudine di chi, come Mastro don Gesualdo, non poteva, con la

roba, comprarsi salute e sentimenti, e ne racconta la sconfitta del suo «cattivo affare». è significativo che
lo scrittore raccomandasse al traduttore delle sue opere di lasciare al suo personaggio il titolo di Mastro
don Gesualdo, che riassume il nomignolo sarcastico affibbiato dalla maldicenza pubblica al muratore
arricchito. C’era stato già Mazzarò, il contadino che, «colle sue mani e colla sua testa», s’era fatto la
roba. E la roba è il sogno di Gesualdo Motta, che ha anche pretese nobiliari.
Tra la roba c’era quel podere della Cunziria, che Mastro Don Gesualdo covava con gli occhi e che riuscì
ad acquistare. è lì che si svolge una delle scene più belle e indimenticabili, quella della cena con
Diodata, dopo un giorno faticosissimo. Una breve pausa di quiete. La Diodata dai «begli occhi di cane
carezzevoli e pazienti», che gli diede due figli, era roba sua anche lei, «roba fine», come Bianca e
Isabella. Era l’unica con cui riuscisse a comunicare (a parte il momento finale di intesa con la figlia).
L’unica che gli volesse bene senza pretendere nulla. L’unica a dispiacersi per lui, quando fu costretto
dalla malattia alla partenza per Palermo. «Ah Diodata, sei venuta per darmi il buon viaggio?…, disse lui.
Essa fece cenno di sì, cercando di sorridere e gli occhi le si riempirono di lagrime».
Compare vociando Gesualdo Motta, nella indimenticabile sequenza iniziale dell’incendio in casa Trao, in
difesa della sua roba, nel tentativo di spegnere il fuoco. C’è in questa sequenza, per qualcuno simile alla
manzoniana «Notte degli imbrogli», il racconto di un testimone interno, che enumera luoghi circostanti
come per un uditorio che li conosca. E la descrizione sottolinea la decadenza di casa Trao, «una vera
bicocca». Vi è una presenza notevole e a volte massiccia di luoghi comuni usati sia dal narratore che dai
personaggi per descrivere fatti, situazioni e persone fin dalle prime righe del romanzo: «il paesetto
dormiva ancora della grossa», «nei seminati ci si affondava fino a mezza gamba«; un personaggio è
«rosso come un pomodoro», un altro «rosso come un peperone», un altro ancora «rosso come un
papavero«, chi è pallido è «come un morto», «come un cadavere», o meno drammaticamente «come un
cencio». Numerose le similitudini con animali, tanto da indurre un critico ad usare l’espressione «zoo di
Verga». Gli abitanti del paese che salgono le scale dei Trao dietro Gesualdo «come tanti leoni» per
spegnere l’incendio, la gente in piazza «fitta come le mosche», la pettegola Speranza «con le unghie
sfoderate come una gatta», don Ferdinando «allampanato che pareva un cucco». è un vero e proprio
zoo personale, che include animali, a cui vengono associate qualità o difetti umani, con esempi di
grottesca ironia, a cui si accompagna uno sguardo impietoso sui personaggi.
Verga insiste molto nel paragonare i due fratelli Trao ad animali che simboleggiano la stupidità e la
sottomissione: «Due gufi tale e quale» li definisce la gente. Questo rientra appunto nella visione
verghiana con la quale viene visto il paese di Vizzini, dove la nobiltà arroccata nei palazzi ed incapace di
adattarsi al cambiamento è destinata ad essere esclusa dalla società. L’iniziale descrizione dell’incendio
del palazzo simboleggia proprio questa decadenza. Un’ironia desolata, quella di Verga, che è rivolta
soprattutto ai Trao, il cui nome è scritto sul blasone nobiliare, ma le cui origini sono in realtà poco nobili,
ed il cui onore familiare viene ridotto a semplice momento della lotta quotidiana per la roba. «Nella
piazza, come videro passare don Diego Trao col cappello bisunto e la palandrana delle grandi occasioni,
fu un avvenimento: Ci volle il fuoco a farvi uscir di casa!». Grottesca è la situazione di Mastro don
Gesualdo che, sposando Bianca, acquista il “Don”, ma anche l’infelicità. Bianca, anche lei una vinta, una
vittima delle situazioni negative, rifiuta le sue carezze la prima notte di matrimonio. «Marito e moglie
sembravano estranei l’un l’altro e più lontani in quell’isolamento. Il primo sempre in faccende […] Bianca
invece infastidita da tutto ciò […]. Passava giornate in letture ascetiche…», è alla luce di questa ironia
desolata che si situano anche le parole conclusive del romanzo, dette da un anonimo servitore, dopo la
morte solitaria di Gesualdo nel palazzo palermitano del genero, e il quadro meschino della servitù gretta
e insensibile intorno al cadavere del padrone, dalle grosse mani «che hanno fatto la pappa»: «è roba di
famiglia».
Solo da morto Gesualdo diventa “roba”, lui che nella roba aveva sempre cercato di trascendersi, «roba di
famiglia», lui che da vivo in quella famiglia e in quel palazzo, nonostante la roba accumulata, si era
sempre sentito un estraneo. Dunque, mentre l’invenzione del grottesco animale distrugge l’aura
dell’aristocrazia feudale, consegnandoci la caricatura impietosa di un intero ceto sociale in declino ma
ancora influente, il rovesciamento metaforico della roba toglie qualsiasi illusione di positività
all’emergente borghesia capitalistica, distruggendone dall’interno tutti gli sforzi e le imprese. Tutta la
scalata sociale di Gesualdo, personaggio emblematico, è inesorabilmente destinata al fallimento, perchè
la nobiltà e la ricchezza sono preventivamente svuotati di significato e di valore nella visione pessimistica
del mondo di Verga.
Alla luce di questa ironia d’autore, lucida e disincantata, si possono ritrovare nel testo di “Mastro don
Gesualdo” le ragioni forse più profonde della impossibilità del completamento del ciclo dei “Vinti” e
insieme le ragioni dell’interesse dei lettori contemporanei per l’originalità della scrittura di una delle opere
fra le più inquietanti della nostra letteratura.
Scriveva Verga in difesa del suo romanzo, non compreso inizialmente come si aspettava: «Credo che

ogni soggetto e ogni azione siano suscettibili di destare forte e profonda commozione […] purchè sentiti
e riprodotti sinceramente, senza bisogno di scoprire il movente interiore, purchè la sua manifestazione
esterna sia così evidente e necessaria da far vedere vivi e reali i personaggi come li incontriamo nella
vita».
Verga è vicino, per il suo pessimismo, a Tomasi di Lampedusa e un po’ anche a Leonardo Sciascia.
Comune è il rifiuto di sperare nella Sicilia. Non è colpa di Verga se la realtà che rappresenta è in ritardo
di almeno cento anni rispetto alla realtà milanese che conobbe. Certo, però, è significativo che, quando il
Verga morì, un giornale lo ricordò come autore della famosa “Storia di una capinera” e non parlò dei
“Malavoglia” nè di “Mastro don Gesualdo”, come se queste opere fossero state scritte in un momento di
deviazione dalla strada dell’arte e non fossero invece esse stesse la vera arte verghiana.
Oggi sono svanite tutte le discussioni e le polemiche sullo scrittore. Tutti i critici concordano nel
riconoscere la potenza creatrice di Giovanni Verga, in vita poco apprezzato, umiliato e denigrato; e solo
col tempo ritenuto un “grande”. I suoi vinti sono incredibilmente attuali, poiché i vinti economici e culturali
esistono ancora, in un mondo materiale in cui conta solo il possesso, così come attuali sono le tematiche
che affiorano nelle sue opere. Il Verga che più mi piace è l’autore del non detto e della tragica
inspiegabilità delle passioni e delle fragilità umane. Il Verga, ha detto un suo lettore, siamo noi che ci
emozioniamo a leggere le sue storie, “fatti umani” che ci fanno pensare. Così come egli voleva. Il Verga
lo troviamo soprattutto a Vizzini, «il paese in cima al colle, arrampicato sui precipizi, disseminato fra rupi
enormi, minato da caverne che lo lasciavano come sospeso in aria, nerastro, rugginoso…». A Vizzini
esiste anche un Museo dell’immaginario verghiano, ma mi piacerebbe che i luoghi resi famosi dallo
scrittore fossero maggiormente curati e valorizzati, con diverse modalità.