La ‘ndrangheta fa strage di ghiri: “è il banchetto macabro dei boss”

Arrosto, alla brace, con il sugo, con o senza pasta. Ma sempre stando bene attenti a lasciare
intatta la coda, perchè nessuno pensi che si tratti di ratti. Dal 2006, i ghiri in Italia, non si
possono nè cacciare, nè catturare. Ma in Calabria continuano ad essere il piatto principale di
molte “mangiate” di ‘ndrangheta. E nelle zone aspromontane del reggino, come nelle Serre
vibonesi, continuano ad essere sterminati.
Gli ultimi 235 esemplari – porzionati, congelati e pronti a essere cucinati – li hanno trovati i
carabinieri nascosti nel freezer di un casolare di Delianuova, alle prime pendici dell’Aspromonte
tirrenico. Altre decine erano fuori, imprigionati in una gabbia a ingrassare prima di essere
macellati. Una “riserva” scovata quasi per caso, nei pressi di una piantagione di marijuana da
730 piante fatta crescere su un terreno comunale nei pressi del paese, che è costata l’arresto a
tre persone per produzione di stupefacenti e caccia illegale di specie protetta.
Ma non si tratta del primo ritrovamento. Da giugno a dicembre, non si contano le operazioni
antibracconaggio che si concludono con il sequestro di centinaia di esemplari, vivi o morti.
Anche perchè a certe tavolate il ghiro è “segno di rispetto” che non deve mancare. Considerata
una rara prelibatezza, è un omaggio prezioso.
I ghiri, “roba arrustuta”, sono esserini di un paio di etti, ma rimangono animali selvatici, l’dore è
pesante. In più, da cotti assomigliano parecchio ai ratti. Ma in certi casi non si può dire di no. Al
massimo si deve simulare apprezzamento.
Questi piccoli animali selvatici in alcune zone dei Nebrodi, Ucria, Sinagra, Raccuja, Montalbano
Elicona per citarne solo alcuni, gli abitanti non solo non li mangiano ma li guardano con grande
preoccupazione in quanto divorano con una velocità impressionante uno dei pochi prodotti della
terra: cioè la nocciola che, fino a pochi anni fa assicurava benessere e ricchezza alle
popolazioni di questi nostri meravigliosi paesi.
Abbiamo visto che questa specie protetta fa parte dei riti nei pranzi dei clan come segno di
rispetto. Ma quale rispetto, ci siamo chiesti, si possa avere per un animaletto che mette in
ginocchio l’economia, già carente, degli abitanti di una vasta zona dei Nebrodi? Visto che
parliamo di una specie protetta perchè non ci si impegna a proteggerli e di conseguenza si
protegge anche l’economia dei Nebrodi?