Prof. Antonino Mazzone

L’esame? Vediamo se WhatsApp funziona? Per il prof. Mazzone funziona, eccome!

Tutti conosciamo l’affabilità e la sua grande capacità di comunicare, non soltanto al mondo esterno, ma anche e, soprattutto, ai suoi pazienti con i quali riesce ad instaurare un rapporto fiduciario grazie al quale trasmette tutta la sua grande preparazione professionale e umana. Il professionista in questione risponde al nome del prof. Antonino Mazzone, primario di Medicina Interna all’ospedale di Legnano che, per una ragione o per un’altra, la grande stampa, a fasi alterne, è quasi sempre costretta a parlare di lui.
Ieri, Domenica 2 aprile, lo fa il Corriere della Sera, con una intervista che ci proietta nel mondo ancora non del tutto esplorato della tecnologia più avanzata. Ma andiamo per ordine. Pazienti e camici bianchi, anche ospedalieri, comunicano sempre più attraverso le applicazioni per smartphone, una scelta che comporta opportunità ma anche rischi. La conferma del fenomeno arriva dalla ricerca “L’innovazione digitale per i Medici di Medicina Interna” in collaborazione con la Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti (FADOI) e Digital sit, su un campione di 229 Medici di Medicina Interna rappresentativo della situazione nazionale in termini di area geografica, fascia di età e tipologia delle strutture di appartenenza.
I risultati dell’indagine? Più di quattro internisti su dieci utilizzano applicazioni come WhatsApp per comunicare con i propri pazienti, anche se non si tratta di programmi strutturati in modo specifico per rispondere alle particolari esigenze della professione, mentre il 29 per cento di quanti ancora non se ne serve manifesta l’intenzione di farlo in futuro. Insomma, la comunicazione medico-paziente sta ormai diventando a doppio binario, come riconosce il prof. Antonino Mazzone, responsabile per l’innovazione in Medicina Interna di Fadoi.
“Lo studio ci dice che circa il 42 per cento dei pazienti interagisce con il proprio medico attraverso WhatsApp – sottolinea il professore siculo – lombardo -, spesso i malati chiedono l’autorizzazione, altre volte si tratta di una decisione spontanea, lo scopo è quello di inoltrare immagini, comunicare i risultati di esami biologici e strumentali e di terapie. Tutto questo determina un cambiamento sostanziale del rapporto medico – paziente. Che non è regolamentato e può comportare problemi anche di tipo medico-legale”, ammette con la sua disarmante onestà intellettuale.
Nonostante il rischio insito in tale alterazione, i dati dimostrano che questa modalità si sta ulteriormente consolidando, per la facilità, l’immediatezza, il risparmio di tempo, la gratuità della consultazione che comporta e anche perché è in grado di far crescere il rapporto di fiducia”. Ma, quali sono i possibili rischi? La domanda del giornalista del Corriere della Sera al prof. Mazzone.
La sua risposta è il chiaro esempio della padronanza dell’argomento: Da un lato, la possibilità che i dati trasmessi, o comunque presenti su un dispositivo mobile, siano rubati oppure “criptati” dai cyber criminali (in questo ultimo caso per poi chiedere un riscatto): nel 2016, la sanità è stato il settore che a livello mondiale ha fatto registrare l’aumento più elevato dal numero di attacchi informatici. Dall’altro, un parere medico fornito a distanza e sulla base di immagini in qualche modo “non certificate”, o addirittura le prescrizioni di un farmaco, potrebbero implicare responsabilità di ordine giuridico ancora tutte da studiare.
Si tratta insomma di una zona grigia destinata ad allargarsi con la diffusione dell’informazione tecnologica. Anche se, secondo il campione dei medici intervistato, il digitale stenta a decollare a causa di una bassa conoscenza e cultura rispetto ai nostri tempi, e la scarsità di risorse economiche, sempre più esigue, pesa molto di più delle difficoltà legate all’uso della tecnologia. Infatti: ben il 73 percento vede nell’insufficienza di fondi il limite maggiore all’uso di queste applicazioni.