Grammichele (Ct)

Grammichele (Ct) -Vincenzo Rizzo, lo sfogo del fratello Michele

Amaro sfogo e accorato appello ai giudici di Michele Rizzo, fratello di Vincenzo, sequestrato e ridotto in fin di vita da due balordi. Una storia che va ad innescarsi con le tante altre che in queste settimane stanno riempiendo le pagine dei giornali e i telegiornali. Storie di violenze, anche brutali, di aggressioni, di malviventi che, pur essendo scoperti, la fanno franca, tornano in libertà e, tragicamente, spesso reiterano aggressioni, agguati, atti delinquenziali. Questo che raccontiamo è quello che è accaduto a Grammichele. Siamo in provincia di Catania, è il paese dell’ex governatore Raffaele Lombardo. 

“ Mentre mio fratello – scrive in un accorato appello Michele Rizzo – è in uno stato vegetativo, gli autori del misfatto stanno comodamente a casa”.

Questo l’amaro e triste sfogo di Michele Rizzo, il cui fratello, Vincenzo, giace in un letto del Centro Neurolesi “Bonino Pulejo” di Messina.

I fatti risalgono al 4 dicembre scorso quando Vincenzo Rizzo, uomo buono, mite e da tutti conosciuto, di buon mattino, come era solito fare, passeggiava lungo il corso Vittorio Emanuele. Giunto in piazza Dante, venne avvicinato da due giovani che gli chiesero del denaro. Al suo diniego lo costrinsero ad accompagnarli nella propria abitazione, dove, dopo aver messo a soqquadro la casa, lo picchiarono brutalmente, lasciandolo in fin di vita.

Prontamente soccorso il pensionato venne accompagnato in codice rosso all’ospedale “Gravina” di Caltagirone, e da lì trasferito, data la gravità delle ferite, in elisoccorso all’ospedale “Cannizzaro” di Catania e sottoposto a delicati interventi chirurgici, che gli salvarono la vita, ma date le gravissime lesioni, è rimasto irrimediabilmente in uno stato vegetativo, che il fratello così definisce : “senza più coscienza, né anima un sopravvissuto, solo perché dei macchinari lo tengono in vita”.

“Faccio un plauso alle forze dell’ordine – scrive ancora Rizzo – perché in pochi giorni sono riusciti a smascherare i balordi che hanno ridotto mio fratello cerebroleso, che rimane un sopravvissuto alla bestialità feroce dei suoi aguzzini, rimasti a casa loro, mentre noi viviamo nel dramma e da quel giorno un continuo andirivieni prima a Catania e ora a Messina, desolatamente solo e abbandonato”.

“Sembra assurdo – si sfoga Rizzo – credere che chiunque possa permettersi di aggredire un uomo, derubarlo e ridurlo in fin di vita, senza che a questa condotta seguano seri provvedimenti da parte dell’autorità giudiziaria”.

“L’amarezza del mio cliente – sottolinea l’avvocato Pippo Purpora – è legata alla sbrigativa decisione della magistratura di scarcerare gli aggressori dopo l’interrogatorio di garanzia, ponendo i due colpevoli, reo confessi, agli arresti domiciliari”.

“ Subito dopo la scarcerazione – continua l’avvocato – ho segnalato al magistrato inquirente la possibilità di una impugnazione del provvedimento di scarcerazione, ma invano, attesa la piena confessione degli aggressori”.

“ Siamo stati lasciati soli – conclude il suo sfogo Michele Rizzo – con il nostro dolore e con il fardello di un fratello ridotto ad un vegetale”.

All’epoca, il brutale pestaggio del Rizzo destò in città grande scalpore e molti cittadini chiedevano pene esemplari per i due che si erano macchiati di un episodio mai verificatesi nella città esagonale, non solo perché il Rizzo era conosciuto come un uomo incapace di fare del male, ma perché costretto dai suoi aguzzini a portarli a casa propria, dove i due, lo hanno sottoposto ad un brutale pestaggio che oltre a sfigurarlo nel viso, gli ha provocato dei traumi dei quali l’uomo non si è più ripreso.