Santo Stefano di Camastra (Messina) Concetto Tamburello e gli “eroi dalle mani sporche”.

Il pittore, decoratore e scultore di Santo Stefano di Camastra in Girargillissimevolmentegirar, presentato a Palermo nel mese di aprile, “racconta” le storie degli artigiani del tornio dai primi del Novecento ai nostri giorni, per restituire dignità ad un mestiere oggi quasi del tutto scomparso.

Palla al centro! Me lo ripeteva spesso il mio maestro, all’età di 11 anni, quando già frequentavo la scuola di ceramica, al mio paese. Era difficile centrare la pallina d’argilla sul tornio prima di iniziare la vera foggiatura. Ricordo che ero quasi spaventato da questo magico meccanismo che girava, girava ed io dovevo essere preciso, perchè altrimenti non sarei riuscito a nulla. Allora il maestro, sentendo la mia esitazione, prendeva le mie mani indecise tra le sue e, magicamente, faceva partire quell’operazione funambolica».

E’ così che Concetto Tamburello, 69 anni, pittore, decoratore e scultore di Santo Stefano di Camastra, ma milanese d’adozione, racconta Girargillissimevolmentegirar il suo progetto editoriale dedicato a quelli che definisce «eroi dalle mani sporche». A loro, a quella duttilità manuale che li contraddistingue, capace di far nascere un oggetto dall’abilità sensibile del loro tocco, ha dedicato un volume di pregio di 200 pagine che “racconta” con circa 230 foto, le storie di artigiani del tornio dai primi del Novecento ai nostri giorni.

Concetto Tamburello (con la barba) al lavoro con un torniate in una foto degli Anni 80. Il libro è stato presentato il mese di 12 aprile all’Assemblea Regionale alla presenza del presidente Giovanni Ardizzone, un palcoscenico importante per strappare i tornianti dal cono d’ombra della memoria, restituendo dignità ad un mestiere spesso marginalizzato e che invece «rappresenta l’inizio di tutto, perchè è dalla lavorazione dell’argilla che scaturisce il seguito che mi riguarda personalmente spiega Tamburello. Da artista sull’argilla devo poi declinare una storia d’arte, un’emozione».

La presentazione è stata anche un’occasione speciale per le famiglie dei vasai di Santo Stefano di Camastra, molti dei quali scomparsi, di ricevere un riconoscimento per quelli che lo stesso Tamburello chiama, coniando un nuovo termine “girargilla”. Un lavoro durato cinque anni quello del Maestro, che ha scandagliato il suo bagaglio personale di conoscenze dirette per redigere un archivio degli artisti del tornio in oltre cinquant’anni di professione.

Alle famiglie ha chiesto una foto, una testimonianza. Spesso si è scontrato con la loro diffidenza poiché dubitavano dell’uso che ne avrebbe fatto. Grazie alla sua perseveranza e al sostegno dell’Accademia di Belle Arti di Agrigento che ha creduto nel progetto di riqualificazione della figura del torniante, è riuscito a realizzare la pubblicazione.

«Quando l’abbiamo presentata nella sede della società operaia di Santo Stefano di Camastra, la sala era gremita racconta Tamburello . Sono venuti in tanti, hanno riconosciuto nelle immagini del libro i loro cari, la spettacolarità del loro lavoro che trasuda impegno, fatica, passione». Un affresco storicoculturale senza fini di lucro, ma anche un atto d’amore per Santo Stefano di Camastra, un paese della provincia di Messina che ha nella tradizione dei tornianti la sua anima più vera, tanto da essere conosciuto come il “Paese delle ceramiche”, ma che rischia di scomparire”.

«A Milano preparavo i bozzetti e poi scendevo qui per farli realizzare continua Tamburello, conoscevo uno per uno i girargilla. Ognuno con una sua manualità specifica che sceglievo per ciò che intendevo realizzare. Oggi invece mi rivolgo ad artigiani marocchini».

Li chiama per nome, uno ad uno, e ne racconta aneddoti. «Una volta racconta dovevo realizzare un vaso stretto e lungo. Impossibile mi disse Carmelo Garofalo. Poi prese un ago di lana che usava la moglie e con quell’abilità manuale che lo distingueva riuscì a creare l’oggetto che desideravo. Ma adesso è tutto diverso».

C ‘è amarezza nella voce di Concetto Tamburello perchè è consapevole che si sta perdendo un patrimonio unico di saperi, di tradizioni che una volta erano il vanto di Santo Stefano di Camastra.

«E’ un rapporto di odio e amore aggiunge con una nota di rimpianto quello che mi lega al mio paese. Sono scappato da qui non ancora maggiorenne con 25mila lire in tasca per studiare all’Accademia di Brera, perchè sentivo che dovevo andare via se volevo realizzarmi. E certo i primi tempi a Milano non sono stati facili: appena sentivano che ero siciliano e per di più pittore, quasi fosse un aggravante, non ne volevano sapere di affittarmi una casa. Porto le mie radici in giro per il mondo e dal mondo ritorno qui, arricchito di nuovi punti di vista. Ma è dalla Sicilia che traggo ispirazione per le mie opere».

«La luce della Sicilia mi manca”.