Hanno sparato a Tania Cariddi, 34 anni, Messinese di Briga Marina

A Messina si torna a sparare, anche se non per uccidere. Stavolta la pistola sfregia l’arto di Tania Cariddi, famiglia religiosissima, bellezza procace di Briga Marina. Stava per abbandonare la discoteca M’Ama di Pace, sulla riviera messinese, ma un tizio ” rimbalzato”, ovvero respinto dalla vigilanza, ha deciso di vendicarsi. Sparando in corsa e con mira volutamente imprecisa. Certo, appena il ragazzo spara sembra che il proiettile torni indietro e colpisca lui perché viene investito in tutto il corpo da una paura micidiale. Tutti quei ragazzi ammassati davanti al locale, un centinaio forse più, schiacciati a ridosso dell’ingresso in un lembo di terra di pochi metri che li separa dalla strada, ora urlano all’unisono un boato di terrore.

Il suo compare alla guida del motorino non dice una parola, non emette un suono e questo silenzio, insieme alla puzza della polvere da sparo che gli entra nelle narici, ingigantisce il suo problema perché l’adrenalina gli sale in corpo, il respiro si accorcia e il sudore gli si spalma sulla fronte. Se la sta “facendo” sotto? Questa paura da dove viene? Deve tornare da dove è venuta, quindi il secondo, il terzo, il quarto sparo servono a calmarlo, a fargli ricordare che lui è il boss, il capo, e quelle sono delle merde, dei figli di puttana ( con la b, son messinesi, ndr) che gli hanno mancato di rispetto.

Ora la lezione è chiara, tutto torna ad essere giusto, il suo compare fa schizzare via l’SH cavalcando la strada a colpi di impennate, curve imboccate strette strette, mentre impugna lo sterzo del motorino con sproporzionata energia, manco stesse facendo moto cross. E finalmente, forse arrivati nel buio deserto della strada Panoramica, sopra la litoranea, i due urlano. Urlano al cielo e a tutte le luci della città sul mare, che hanno vinto contro la paura. La paura di essere inferiori, di essere tagliati fuori, di essere sottomessi, inculati, di stare sotto, di venire trattati senza rispetto. 

E ora la riflessione dell’attore Angelo Campolo . Questa è narrativa sulla cronaca di una sparatoria . Tre proiettili hanno ferito una povera ragazza colpita a caso tra la folla. Quando sento dire che la risposta al problema è la mancanza di cultura, a volte rido. Perché immagino questa frase pronunciata a uno di quei due che hanno sparato e penso a che immagine possa formarsi nella sua testa. Cultura. Cosa vedrà? Un libro? Un foglio? Un signore con la barba? La libreria nella stanza del preside che ha guardato mentre aspettava che gli dicessero che quella mattina hanno arrestato suo padre o che veniva sospeso una settimana a causa dei suoi comportamenti violenti. E noi? Cosa vediamo noi, istruiti, quando diciamo cultura? Forse non vediamo niente. Forse qualcuno prova solo una micidiale rottura di coglioni. Vediamo un concerto di musica classica? Un libro che non abbiamo letto? Un professore che parlava a lungo, bravo per carità, ma non abbiamo capito niente? Uno spettacolo che ci ha annoiato? E però non riusciamo a dire che non abbiamo capito niente perché, in fondo, forse, a dirlo abbiamo paura.

 

Una paura che ci dà fastidio, con la quale non vogliamo entrare in contatto perché richiede sforzo, comprensione, energie che non abbiamo. Ci sbadigliamo sopra e passiamo avanti. E pensiamo che questa cultura sia il rimedio di cui quel ragazzo ha bisogno? Con quale coraggio riusciamo a dirlo? Noi che abbiamo avuto paura a capire che cultura magari significa conoscere e quindi, conoscendo, provare a immaginare oltre noi stessi, oltre il nostro bisogno, provare a mettersi nei panni, nello sguardo, nella vita di un altro. Per noi gli altri quasi sempre sono un problema. Ed è meglio che la cultura non sia aggregazione, incontro, conoscenza, ma solo esibizione di bravura, circo, nella migliore delle ipotesi. O micidiale rottura di coglioni nella peggiore. In ogni caso qualcosa da tenere alla larga, da tassare, da considerare ultima nella lista delle priorità, da riempire di cavilli burocratici, da affidare alle regioni ricche di Italia dove la gente “può permetterselo”, da lasciare in mano alle minchie morte che se la raccontano da soli nel loro piccolo mondo, la cultura.

Ricacciamo quella paura in gola e spariamo contro la folla a casaccio anche noi, ogni volta che ci puliamo la coscienza dicendo che ci vuole più cultura, ma non muoviamo un dito per capire cosa significhi davvero.