Migranti

PROTESTE CONTRO GLI IMMIGRATI Siamo davvero razzisti?

Sono già arrivati, o sono in fase di arrivo, i primi contingenti di immigrati nei comuni dei Nebrodi, a S. Agata Militello, a San Fratello, a Castell’Umberto, a Sinagra e negli altri paesi e borghi dell’entroterra e della costa tirrenica. Ed è subito polemica. Gli immigrati non piacciono. Si preferisce che questi comuni rimangano vuoti, abbandonati o abitati solo da vecchi e da vecchie; non importa che le scuole si svuotino di alunni, che gli studenti se ne vadano all’estero o in Lombardia o in Toscana, che le case restino deserte e che le stesse memorie storiche finiscano in soffitta. Tutto quello che è nuovo infastidisce. Qui come altrove. Chi non ricorda le contestazioni nei confronti dell’istituendo Parco dei Nebrodi allorché se ne cominciò a parlare nei vari paesi del territorio? <<Bruceremo i boschi>> – si leggeva in quegli anni, a lettere cubitali, sui muri e sulle facciate. Oggi il Parco è una realtà. Ed è una realtà positiva, una conquista di civiltà, checché se ne dica.

La storia non si ferma. E quella di oggi è una storia di violenze, di guerre, di malattie, di abusi, di atrocità. E, di conseguenza, di fuga da parte di intere popolazioni costrette a rischiare la morte e la sepoltura in mare, o a subire, in caso di sopravvivenza, angherie di ogni sorta per sfuggire al peggio.

Negli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso, quando si aprirono le porte dell’Europa, dalla Sicilia partivano in migliaia coi treni della speranza: andavano in Germania, in Francia, in Belgio, in Svizzera, a Torino, a Milano, a Genova. Le campagne si spopolavano, i paesi si svuotavano, le case venivano chiuse, i quartieri abbandonati alle ortiche. Si tornava solo in agosto, per le ferie, per rivedere i vecchi genitori, i parenti e il piccolo universo di affetti interrotto o lasciato per sempre. Si tornava spesso con la macchina acquistata di recente, nuova o usata, e la si esibiva come un trofeo di vittoria. E si raccontava quel che di diverso si faceva lassù, nel continente, meravigliandosi che in Sicilia si vivesse ancora come prima. Quasi che non la si conoscesse più.

Oggi quelle memorie si sono annebbiate, o sono state volutamente rimosse e ci si riempie di stupore o, peggio, ci si indigna che i nuovi immigrati vengano a turbare il nostro quieto vivere. E i sindaci per primi.

Eppure, i nuovi immigrati non scappano dalla povertà come i siciliani del dopoguerra; fuggono dalla miseria, che è tutt’altra cosa (la miseria è cento volte peggiore della povertà); cercano di sopravvivere – se cela faranno –  ai moderni metodi nazisti dei trafficanti di uomini, degli scafisti assassini, dei venditori di morte, dei nuovi Erode.

In realtà, la Sicilia per questi disperati che riescono a non affondare nelle acque del mare libico o del più vasto Mediterraneo è semplicemente una tappa, una terra di passaggio, un ulteriore transitorio momento di altre umiliazioni. Questo è l’assurdo. In una Sicilia da dove ogni anno circa 100 mila giovani vanno via per studiare o trovare lavoro al Nord, si grida o si urla contro l’arrivo di stranieri, grazie ai quali le scuole non si chiudono, le insegnanti trovano occupazione, le badanti si dedicano agli anziani che i figli abbandonano o depositano negli ospizi, la frutta e gli ortaggi possono essere raccolti pagando questi sventurati pochissimi euro al giorno. Abbiamo veramente la memoria cortissima!

<<Così va spesso il mondo>>, direbbe ancora una volta Alessandro Manzoni.