Summit di mafia a “Città Giardino”. Il portiere del Residence convocava i boss

Il solerte portiere di “Città giardino”, uno dei residence più esclusivi della città, telefonava al boss Francesco Liga e gli diceva: “Se puoi avvicinare, vediamo di rintracciare il dottore Micale”. Oppure: “C’è il medico che la sta aspettando”. Il “medico” era la parola chiave. Il “medico” era il giovane capomafia di San Lorenzo, Giuseppe Biondino, il figlio dell’autista di Totò Riina. Era lui ad arrivare fino a “Città giardino” per mettere in allerta il portiere, Vincenzo Biondo, che curava poi le convocazioni per i summit.

Lassù, a “Città giardino”, sulla collina che guarda l’ospedale Cervello, viale Regione Siciliana e poi tutta la città era difficilissimo fare pedinamenti, ma i carabinieri del nucleo investigativo erano riusciti a piazzare un Gps nello scooter di Biondino. E tutti i movimenti del boss venivano tracciati su un computer, nella sala intercettazioni della caserma di piazza Verdi. Poi, con grande difficoltà, una telecamera venne piazzata anche davanti l’ingresso di “Città giardino”. E, così, sono stati ricostruiti incontri e summit, descritti nel fermo della procura di Palermo che nei giorni scorsi ha portato in carcere Biondino. La posizione del portiere è al vaglio degli inquirenti.

Il padrino poteva contare su una rete di incensurati per organizzare le riunioni con gli altri mafiosi, in giro per la città. Nel provvedimento firmato dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dai sostituti Roberto Tartaglia, Annamaria Picozzi e Amelia Luise si parla anche di un commerciante di via San Lorenzo, Calogero Gambino. Due anni fa, fu visto entrare all’Hilton Cafè di via Libertà, gestito da Sergio Napolitano, uno dei capi del mandamento di Resuttana, clan confinante con quello di San Lorenzo. “Alle 13,57”, annotarono puntuali i carabinieri. Alle 16,49, Napolitano fece ingresso nel negozio di Gambino. Otto minuti dopo, arrivò su una moto Biondino, accompagnato da un uomo che rimase fuori ad aspettare.