Il califfo di Cuccubello e quel suo harem che scandalizzò l’Italia

Giuseppe Scaffidi Fonte, con donne e frotte di figli, balzò alla cronaca nel 1979. Decine di concubine vivevano in armonia. Sino all’arrivo della tedesca Angelika che di madre lingua diversa, non s’intendevamo molto, lui la preferì a tutte le altre, senza che in nessuna di loro scattasse il morbo della gelosia. E’ qui risiede la forza e il fascino del califfo, conosceva l’arte di accontentare tutte senza che nessuno lamentasse alcunchè.
La Sicilia, che pure con gli harem ebbe una certa dimestichezza per averli avuti con gli arabi e con Federico II, rimase un po’ sorpresa nel sapere che l’istituto della poligamia non era affatto tramontato e aveva trovato un revival a Sant’Agata di Militello, nel messinese. Lì, nel 1979, nel cuore di una contrada chiamata Cuccubello – già il nome sembra evocare particolari boccacceschi – aveva fatto il suo regno Giuseppe Scaffidi Fonte, 33 anni e mille mestieri alle spalle.
In un vecchio casolare abbandonato e malconcio “Pippineddu” incontrava le sue donne che facevano a gara per averlo. Bello proprio non era “Pippinieddu”: era basso e tarchiato, ma aveva gli occhi celesti, uno sguardo magnetico e ci sapeva fare con le donne se è vero che c’era la fila per entrare in quel tugurio dove c’era un caldo pazzesco d’estate e si crepava di freddo d’inverno. Ma nessuna delle donne sembrava farci caso. Per qualche tempo era ” Pippiniddu” che disciplinava l’ingresso nel giaciglio notte per notte. Poi, quando le concubine diventarono molte, furono le stesse donne a darsi le regole e si istituì la norma del sorteggio. L’estratta poteva andare a coricarsi con il supermaschio e trascorrere la notto come meglio credesse.
La notizia di “Pippineddu” sarebbe rimasta confinata nel circondario di Sant’Agata, avrebbe fatto cianciare per ore gli avventori del bar dove si consumano magnifiche granite al caffè e fatto sorridere lo scrittore Vincenzo Consolo, cliente fisso del bar. Se non fosse che “Pippineddu” finì per essere denunciato dal padre per aver ceduto una di queste donne in cambio di un’Ape Piaggio che gli serviva per i suoi mille lavori. Ma a un certo punto ” Pippineddu” non si contentò più del semplice baratto e chiese anche soldi al padre. Per ” Pippineddu” scattarono le manette. Il caso era esploso in tutto il suo fragore e a Sant’Agata arrivarono giornalisti da tutto il mondo. Il direttore di “Gente” mobilitò l’inviato taorminese Gaetano Saglimbeni e gli disse: “Parla con lui, ma soprattutto con le sue donne. Com’è che stanno tutte insieme, madre e figlia, sorella e sorella, zia e nipote, a spartirsi l’amore dello stesso uomo? Si vogliono bene davvero come dicono? Possibile che non ci siano gelosie?”
Tutti volevano sapere di ” Pippineddu”, subito ribattezzato il califfo di Cuccubello. E Saglimbeni che conosceva come pochi altri il territorio e le persone, riuscì a intervistare tutte le sue donne ma mancò il personaggio principale perché era arrestato. Lo intervistò solo quando terminarono le esigenze di custodia cautelare. E venne fuori che ” Pippineddu”, figlio di contadini, era già sposato e padre di quattro figli. La moglie, Concetta Cuffari, se n’era andata in America, ma pare che non avesse mai divorziato. Quante donne erano passate nel talamo improvvisato del califfo? Una, dieci, centomila?
Erano tutte del circondario, ex braccianti agricole che erano diventate domestiche. La più anziana delle donne aveva 43 anni, a sua volta la figlia era stata prescelta anche lei dal califfo più volte e gli diede cinque figli. In media erano proprio quattro- cinque i figli che ogni anno venivano alla luce nel reparto di Ginecologia del piccolo ospedale di Sant’Agata di Militello. Ce n’era abbastanza per studiare il caso a livello statistico e genetico, perché mica è detto che la fecondazione avvenga con facilità. Sarà stata la diffusione della cultura hippie, chissà, ma sembrava che quel regno dell’amore libero funzionasse a meraviglia. Fino a che non arrivò la bella Angelika da Colonia. Ventidue anni, fisico asciutto, madre di due bimbi. Il califfo mostrò di preferirla alle altre e nell’harem ci fu un parapiglia. Nel frattempo l’irresistibile novello Casanova affrontò anche il duro scoglio del processo durato sei anni. Ma alla fine, la pesante impalcatura dell’accusa che prevedeva plagio, sfruttamento della prostituzione e altri reati, non resse e lui ne uscì quasi indenne ricevendo la condanna solo per violenza privata e alterazione dello stato civile. Quanti erano i figli del califfo? Gli inquirenti ne accertarono 38, dei quali solo 27 portavano il cognome del padre. ” Un record assoluto – dicono all’Ufficio statistica del Comune di Palermo – non esistono altri casi accertati di tale prolificità”.
Ma la conta dovrebbe essere più ampia. “Pippineddu ” aveva fatto felici anche le donne degli altri paesi che non riuscivano ad avere figli per problemi di fertilità. “Perché dovrei rivelare cose che non possono essere rivelate – disse il califfo all’inviato di Gente – È un segreto fra me e le loro mamme, che non sempre hanno potuto parlarne serenamente con i mariti”. Dunque, se in cima a qualche pizzo di montagna dei Nebrodi, dove gli occhi sono normalmente scuri, vi capiterà di trovare qualche individuo tarchiato con gli occhi celesti, non fate domande imbarazzanti. Che fine ha fatto “Pippinieddu”? Oggi ha settantacinque anni, vive in un appartamento dell’Iacp e si gode la pensione da operatore ecologico. E i figli? Non vogliono clamore: “Lasciate in pace papà”.