Il turismo in Sicilia? Uno tsunami

E’ andata peggio del previsto. Secondo la stima a consuntivo dell’istituto Demoskopika, da gennaio ad agosto la Sicilia ha perso 2,2 milioni di arrivi e 6,8 milioni di presenze, con un calo rispetto allo stesso periodo del 2019 che si aggira intorno al 60 per cento (meno 59,9 sugli arrivi, meno 61 sulle presenze): il dato fa dell’Isola la seconda Regione d’Italia per perdite dopo il Veneto, con un tracollo che non è stato compensato dal “rimbalzino” estivo.
Per Federalberghi, del resto, giugno, luglio e agosto sono andati bene ma non benissimo. A giugno le presenze segnavano un meno 79,9 per cento di italiani e 98,7 degli stranieri, a luglio meno 33,8 di italiani e meno 84,2 di stranieri, ad agosto meno 15,7 di italiani e meno 75,6 di stranieri. “Numeri che non confortano le imprese e i lavoratori – aveva detto aprendo la convention di Federalberghi di fine settembre il presidente regionale dell’associazione, Nico Torrisi – Attendiamo una grossa presa di coscienza da parte del governo nazionale, le amministrazioni comunali e regionali nei confronti di un comparto che ha vissuto il momento più critico della storia degli ultimi cinquant’anni”.
Il settore è uno dei cardini dell’economia siciliana. Il turismo con il suo indotto vale un giro d’affari di 2,6 miliardi, che si ferma a 1,6 solo con il fatturato diretto. Nell’Isola, al 31 dicembre 2019, c’erano 1.333 hotel per un totale di 123.716 posti letto, ma le aziende del settore ricettivo (inclusi dunque camping, residence, bed and breakfast, affittacamere e tutte le altre declinazioni dell’extra-alberghiero) sono in tutto 7.648, per un totale di 207.134 posti letto.