La condanna dell’ex magistrato Silvana Saguto

Non si placa ancora la notizia della condanna che il Tribunale di Caltanissetta ha comminato all’ex giudice Silvana Saguto, quella che amministrava come cosa sua, lo sterminato tesoro confiscato ai boss.
Fatto da non trascurare, cade l’impunità per quel pezzo di magistratura che in nome della legge considerava “affare di famiglia” i beni dei mafiosi. Se la sentenza che le è piovuta addosso dai giudici di Caltanissetta – 8 anni e 6 mesi di reclusione – ha ridimensionato l’impalcatura accusatoria (cancellata
l’associazione a delinquere e un capo di imputazione per corruzione) il verdetto ci dice che qui in Sicilia, terra benedetta da Dio e maledetta dagli uomini (e dalle donne), ci sono stati e per tantissimi anni personaggi che hanno gestito la roba della mafia ricavandone immensi profitti.
Non solo Magistrati ma anche prefetti, funzionari della Direzione investigativa antimafia, professori universitari e amministratori giudiziari che in brevissimo tempo sono straricchi. Sempre “combattendo la mafia”. Con figli, mariti, parenti vari, amici e amici degli amici, un reticolo di clientele, favori e denaro, una grande vergogna sotto gli occhi di tutti e nel silenzio cupo e sospetto delle associazioni antimafia. Da loro mai neanche uno straccio di commento.
La sentenza contro l’ ex presidente delle Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo Silvana Saguto che esattamente un anno fa, ottobre 2019 è stata radiata dalla magistratura – racconta di una Sicilia che in superficie è cambiata ed è tutta schierata contro lo strapotere dei boss ma che in realtà conserva tutti i suoi antichi vizi. C’è uno Stato che mostra i muscoli contro quella che ormai è diventata la “mafia degli emarginati” ma che si è anche fatto potere marcio. Una vicenda parallela all’affaire Saguto è il famigerato caso Montante, Calogero all’anagrafe Antonello per i frequentatori dei salotti- bene, l’ex vice presidente nazionale di Confindustria con delega alla legalità condannato a 14 anni – e per giunta con rito abbreviato – per associazione a delinquere e dossieraggio.
Due storie in qualche modo parallele, racconta la Repubblica Palermo, che spiegano come è uscito quel pezzo di Stato dalle stragi del 1992. La “regina” dei beni confiscati al centro di un “cerchio magico” per arraffare, Montante addirittura diventato il faro dell’Antimafia in Italia (con la complicità di ministri dell’Interno, direttori centrali della Dia e le massime cariche della magistratura siciliana) nonostante fosse “nel cuore” di un boss di Cosa Nostra. Hanno cozzato duro, però, con il magistrato Nicolò Marino, ex assessore regionale della Giunta Crocetta che, quando ha capito che aveva commesso una ingenuità ad accettare la carica di assessore, ha sbattuto la porta in faccia e se n’è andato, lasciando tutti di stucco.
C’è ancora tanto cattivo odore quaggiù, in Sicilia. E così, a naso, crediamo che le brutte sorprese non ancora siano finite. In verità, se dovessimo scoperchiare il pentolone del filone antimafia in Sicilia, forse, ci vergogneremmo un po’ tutti.