Tutte le dimissioni (sempre rientrate) di Cateno De Luca

«Non chiamatelo ricatto, chiamatelo l’ultimo appello da parte di un sindaco che il suo mestiere vuole farlo in un certo modo e non vuole essere ascritto alla lunga serie di fallimenti che hanno contraddistinto questa città». La prima “minaccia” di dimissioni da parte del sindaco Cateno De Luca risale all’agosto del 2018, quando il primo cittadino (sindaco da appena due mesi) pose al consiglio comunale il primo dei tanti “aut aut” che hanno caratterizzato fino ad ora il suo mandato, fissando la data fatidica al 5 settembre, giorno della votazione in consiglio comunale su Arismè, l’Agenzia per lo sbaraccamento. Un annuncio che fece drizzare le orecchie ai suoi sostenitori, pronti a rispondere alla chiamata alle armi. Qualche giorno dopo (il 9 settembre) il bis con De Luca che accusa i consiglieri di essere degli “asini volanti” e ribadisce l’intento di lasciare. La ricostruzione di Lettera Emme è davvero puntuale. Non passa che qualche settimana e il sindaco lo rifà: è il 28 settembre del 2018 quando De Luca, in carica da meno di tre mesi e con due “minacce” già all’attivo, con un colpo di scena presenta di nuovo le proprie dimissioni da sindaco di Messina. Una lettera di poche righe, in cui comunica la decisione al segretario generale, al presidente del consiglio comunale e “alla comunità messinese”. Quindi stavolta, oltre alla minaccia, De Luca le dimissioni le firma effettivamente. Il motivo? La mancata discussione, in Aula, della delibera sulle modifiche al regolamento del consiglio comunale, il consiglio aveva accolto con una propria proposta (che aveva fatto ritirare la sua a De Luca).

Un addio in tempi record? No, dato che le dimissioni (scritte, rassegnate e protocollate) diverrebbero effettive dall’8 ottobre (nella lettera era specificato che avrebbe mantenuto le funzioni fino al 7 ottobre), e per legge De Luca ha facoltà di ritirarle entro venti giorni, non essendo irrevocabili: quindi, se volesse cambiare idea, De Luca avrebbe tempo fino al 18 ottobre, secondo l’articolo 53 del testo unico degli enti locali. «Il mio non è un ricatto, ma un gioco al rialzo con il consiglio comunale», spiega il sindaco. Cosa succede dopo? Il 30 settembre, quando il sindaco chiama a raccolta i suoi fedelissimi a Piazza Municipio (invitati a partecipare in massa) per uno dei suoi periodici comizi, con la presentazione della relazione di inizio mandato. L’incontro è un vero e proprio bagno di folla e si conclude dopo tre ore e mezza di monologo ininterrotto: «Devo restare o no? Domenica saremo qui a discutere le manovre del Salva Messina, e voi mi direte se vi piace oppure “De Luca vai a fare in culo”». Quindi, in un crescendo rossiniano, rilancia e contropropone al consiglio comunale un ritiro spirituale, fissato per la domenica successiva. Tutti attendono un riscontro sulle sue dimissioni, annunciate già tre volte e messe quindi nero su bianco il venerdì precedente. Arriva quindi la fatidica data del 16 ottobre, con la votazione in Aula del Salva Messina e la revoca delle dimissioni. «E adesso lascio il mio incarico all’Ars», commenta il sindaco, che però torna sui suoi passi 24 ore dopo, quando il suo successore, Danilo Lo Giudice, gli chiede di “tenergli caldo il posto” da deputato regionale ancora per un mese e qualcosa. “Va bene Danilo! Vediamo se posso rimanere in carica fino a fine novembre ma non oltre!”, acconsente il sindaco di Messina nel corso di un curioso siparietto tra i due.

Tutto finito? Macché. Passano due giorni e riecco lo spettro delle dimissioni: De Luca dichiara che non vuole essere il sindaco che dichiarerà il dissesto. In caso di default si dimetterà da primo cittadino, farà le valigie e si trasferirà in pianta stabile a Palermo. Segno che la recente paternità di Danilo Lo Giudice c’entrava poco con la sua decisione di procrastinare le dimissioni dall’Ars. La svolta, sul fronte regionale, avviene il 21 ottobre, nel corso di un altro comizio: De Luca annuncia il suo addio al Parlamento regionale (“Ho indugiato perché dovevo persuadere il consiglio comunale”), formalizzato poi il 24, e contestualmente svela il suo grande obiettivo: «Il mio sogno è tornare a Palermo da Governatore: il mio non è un addio, è un arrivederci».