C’era una volta l’Acio: che fine ha fatto?

È un aggiornamento molto interessante della presenza mafiosa nel Messinese quello contenuto nella
seconda relazione semestrale nazionale della Dia per il 2020. Che fotografa una situazione per certi
versi “stabile” ma con qualche aggiornamento di rilievo, per esempio l’influenza del gruppo mafioso dei
“brontesi”. In un territorio che è definito un vero e proprio «crocevia di matrici criminali» con una «realtà
eterogenea».
Il territorio provinciale – si legge nel rapporto della Dia-, costituisce il crocevia di varie matrici criminali.
L’influenza di cosa nostra palermitana e catanese con le loro peculiari caratteristiche hanno infatti
contribuito a creare una realtà eterogenea. Questo crogiuolo di interazioni ha determinato come i gruppi
mafiosi “barcellonesi” e quelli dell’area “nebroidea” assumessero strutturazioni e metodi operativi
assimilabili a quelli di cosa nostra palermitana.
Nella parte settentrionale della provincia – scrive ancora la Dia -, opera la “famiglia barcellonese” che
include i gruppi dei “Barcellonesi”, dei “Mazzarroti”, di “Milazzo” e di “Terme Vigliatore”. Nel territorio dei
Monti Nebrodi risultano attivi i sodalizi dei “tortoriciani”, dei “batanesi” e dei “brontesi”, nei confronti dei
quali recenti investigazioni hanno evidenziato l’accaparramento dei terreni agrari e pascolivi per
beneficiare dei fondi comunitari destinati allo sviluppo delle zone rurali. Le truffe in agricoltura, più volte
denunciati da Giuseppe Antoci, l’ex Presidente del Parco dei Nebrodi.
La Dia sottolinea poi che a Capo d’Orlando, che ricade sotto l’influenza del gruppo dei “brontesi”, è
stata disarticolata un’organizzazione criminale dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti e allo
sfruttamento della prostituzione. In particolare, l’operazione “Taxi driver” del luglio 2020 ha disvelato
come l’organizzazione avesse creato un sistema di “reclutamento” di giovani extracomunitarie. Si sono
anche manifestati interessi verosimilmente estranei alle consorterie mafiose e legati al traffico e allo
smaltimento illecito di rifiuti.
Agli albori degli anni ’90, sulla scena appare per volontà di alcuni coraggiosi, l’associazione Acio di Capo
d’Orlando nata per contrastare il racket del pizzo che scendeva dalla montagne per estorcere denaro ai
commercianti e imprenditori orlandini. Si sono tenacemente opposti al giogo dei mafiosi e li hanno
denunciati e fatti condannare dal Tribunale di Patti in una sentenza rimasta storica. Come storica è stata
la nascita dell’ACIO, la prima associazione antiracket sul territorio nazionale.
La Dia, sottolinea nella relazione semestrale, l’influenza del gruppo dei “brontesi”, una organizzazione
criminale dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti, che aveva assoluta libertà e dominio sul mercato
di Capo d’Orlando, disarticolata grazie alle Forze dell’Ordine. E, quindi, ci siamo chiesti: ma l’Acio che
fine ha fatto? Perchè da qualche tempo vige il silenzio più assoluto? Lo storico Presidente Sarino
Damiano, ha ancora voce in capitolo?