Si è spenta la partigiana che rischiò per l’UNITA’

Vasta eco ha suscitato, anche a livello internazionale, la scomparsa avvenuta qualche giorno fa a Mistretta, all’età di 96 anni, di Rossana Banti. Un personaggio che ha segnato la storia della Resistenza, con la sua personalità semplice e schietta, ma caratterizzata da forza e coraggio fuori dal comune, manifestando fin da giovanissima una spiccata tendenza verso l’ideologia che incarnava lo spirito ribelle alle imposizioni politiche e militari, in nome della libertà e della giustizia. Di lei si sa tanto e soprattutto quanto fatto in Toscana e a Roma da partigiana, quando, con il suo cappottino rosso, trasportò in clandestinità armi e copie dell’Unità a rischio della sua stessa vita. A servizio poi dell’esercito inglese, appena 19enne, sempre ferma nei suoi principi, fruendo di un’ottima conoscenza della lingua, diede un significativo contributo senza riserve, meritando dal Regno Unito tre onorificenze con medaglie al valore, consegnate, anche se dopo 70 anni, in una cerimonia ufficiale. Successivamente non è vissuta nell’ombra in quanto ha fatto l’assistente regista e la giornalista lavorando in Rai e per la Bbc. Nel raccontare la propria straordinaria esistenza, Rossana Banti ha sempre messo in primo piano il rapporto affettivo con i partigiani, dei quali condivideva le difficoltà della quotidianità, sempre stimata e rispettata, sostenuta in questa lotta dal marito Giuliano Mattioli, anche lui animato dalle medesime idee. Negli ultimi anni ha preferito risiedere in Sicilia con la figlia Raffaella, con la quale l’estate scorsa ha dimorato a Caronia Marina, da dove per un malessere ha avuto la necessità di un ricovero ospedaliero. Pochi sanno che la partigiana Rossana Banti ha trascorso l’ultimo breve periodo della propria esistenza nell’unità di lungodegenza dell’ospedale di Mistretta, accudita fino alla fine amorevolmente dal personale medico e paramedico, con un riguardo particolare per l’ospite di grande spessore storico, un po’ restia a raccontarsi spontaneamente, ma precisa e lucida nel rispondere, senza mai perdere la modestia che ha segnato tutta la sua movimentata esistenza. «Non ho mai fatto niente di particolare – diceva –. Ho creduto solo di fare una cosa giusta». Non le è mancato il conforto dei due figli Raffaella e Luca, che non perdevano occasione per andarla a trovare. Di lei, l’ambiente ospedaliero mistrettese serba un ricordo misto di tenerezza e profondo rispetto, nel culto di una memoria che non va dimenticata. Le spoglie della partigiana sono state cremate e le ceneri saranno trasferite, su decisione ancora da prendere, a Roma o a Milano.