Messina, perde il dito dopo sei ore di attesa al Pronto soccorso

Ha presentato un esposto alla Procura di Messina la trentaseienne messinese che il 14 settembre scorso si è tranciata un dito della mano destra, rimasto chiuso nel cancello di casa, e non è riuscita a farselo ricucire  malgrado l’intervento all’ospedale Giannacone di Palermo, dove è stata trasferita dopo due accessi ad altrettanti ospedali cittadini. La donna ha chiesto alla magistratura di accertare se i protocolli sanitari sono stati rispettati o se invece, come lei ipotizza, al pronto soccorso del Policlinico il suo caso è stato sottovalutato, causando così l’aggravamento definitivo delle condizioni dell’arto amputato. La signora, che si è affidata all’avvocato Giovanni Mannuccia, nella denuncia racconta di aver atteso quasi sei ore, con il dito amputato nel barattolo.

Tutto comincia poco prima di mezzogiorno: chiude il cancello e il dito vi rimane incastrato, finendo amputato di netto. Accompagnata al Policlinico, mezz’ora e un tampone anti covid dopo viene registrata col codice giallo e le viene dato un antidolorifico. Alle 14 viene disposta una radiografia e nel frattempo un chirurgo plastico le sconsiglia il trasferimento a Palermo perché le possibilità di riuscita dell’intervento sono minime, e invece “basta ricucire” il dito per evitare il rigetto. Dopo l’ecografia però viene dimessa con prescrizione di recarsi a Palermo per l’intervento di microchirurgia.

Uscita dal Policlinico, il marito accompagna la donna al Papardo dove, intorno alle 16.10 viene registrata con codice rosso e viene disposto il trasferimento in elisoccorso a Palermo, dove arriva e viene operata d’urgenza. Il 20 settembre, però, la falange le viene rimossa perché necrotizzata.

La trentaseienne ora chiede l’intervento della magistratura per varie ragioni. Intanto non la convince la dimissione dal Policlinico. Sul documento si parla di ricovero del rifiuto e dimissioni alle 15 contro il parere dei medici, con disponibilità del Giannacone già reperita. Invece, spiega lei, dal padiglione F dove è stata sottoposta a radiografia è tornata soltanto alle 15.45 e lì le è stato detto che a Palermo avrebbe dovuto arrivarci col proprio mezzo perché non c’erano ambulanze disponibili. Poi le è stata riconsegnata la falange nel barattolo. Ore di attesa vane, le sue condizioni sono state sottovalutate facendola arrivare alla necrosi? E’ questo il suo sospetto, anche perché in ingresso al codice rosso al Papardo si specifica che la riuscita dell’intervento di microchirurgia è legata al tempo intercorrente tra l’amputazione e la ricucitura.